#DAGLISTUDENTI
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Le barzellette sono sempre le benvenute.

#DAGLISTUDENTI:

Sopravvivere e vivere (di Cecilia T.)

La sopravvivenza è da sempre il bisogno insito negli esseri viventi, ciò che Schopenhauer identifica come volontà di potenza è il vincolo che porta ogni organismo a cibarsi, accrescersi, riprodursi, morire. 

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Basta però guardarsi attorno per capire che la razza umana adotta ogni tipo di strategia esistente per svincolarsi da questi obblighi ed avere quindi il tempo per vivere. 

Ma… Quando ebbe inizio tutto ciò? Per scoprirlo, è necessario volgere lo sguardo verso i nostri predecessori, i Neanderthal

Essi vissero più di 200 000 anni prima dell'arrivo dei Sapiens: con le loro abilità avevano già occupato diverse linee trofiche nelle quali vivevano in piccoli gruppi dediti alla caccia. 

 

Grazie ad indagini condotte dall'università di Barcellona (i cui risultati sono consultabili accedendo alla rivista dell'Accademia delle Scienze) si sono potute datare pitture rupestri a 64 mila anni fa, prima dell'arrivo dei Sapiens (datato invece 40 mila anni fa). 

Cosa significa? 

I dipinti rinvenuti nelle caverne di Ardales, Maltravieso e Pasiega in Andalusia raffigurano simboli, gruppi di animali, punti e segni geometrici dipinti con cenere e ambra rossa, materiali rinvenuti anche all'interno di conchiglie raccolte appositamente per questo tipo di attività. 

Ulteriori esempi sono dati dal rinvenimento di opere di sepoltura in cui il corpo veniva messo in posizione fetale e cosparso di ambra rossa. 

Il rosso è il colore del sangue: dal sangue si nasce, nel sangue si muore. 

 

I Neanderthal avevano quindi un'idea di vivere il mondo talmente forte e viva da decidere di limitare il tempo per cacciare, cibarsi e riprodursi. Idea non insita nella natura di ognuno e che necessitava quindi deve essere tramandata: nacque così la cultura

#DAGLISTUDENTI:

Ca'Foscari censura un prof con una legge fascista...?!

Se sei un prof e non sei d'accordo con quello che fa l'Università, nessuno dovrebbe punirti se lo fai presente nella vita reale e nei social.
Giusto...?
Ma se c'entra un certo ex ministro russo chiamato Medinsky, tutto è possibile. 

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Tempo qualche ora e nei social dell'ARS (Assemblea dei Rappresentanti degli Studenti) uscirà una presa di distanze dall'Ateneo fino ad eventuali spiegazioni da parte dello stesso.
Come siamo arrivati a questo punto?
Per scoprirlo, dobbiamo fare un salto nel passato.

E' il 2014; per intenderci, l'anno in cui la Russia ha "annesso" la Crimea e l'Ucraina ha iniziato a fiutare odore di guai.
Un Ministro della Cultura russo, tale Vladimir Medinsky (da non confondere con Vladimir Putin o Vladimir Zelensky, che metà slavi paiono chiamarsi Vladimir), riceve dall'Università Ca'Foscari un'alta onoreficenza per aver collaborato con l'Ateneo per alcuni progetti coordinati dall'allora Prorettrice Burini (ora putiniana sfegatata) e nel frattempo conseguito alcune lauree.
Il ministro ha però qualche, ehm, difettuccio: oltre ad aver probabilmente plagiato le tesi di laurea, è responsabile di diffondere in Russia delle idee decisamente poco progressiste, come l'odio per i neri e per gli LGBT+, la negazione del riscaldamento globale e una sorta di violento complottismo nei confronti dell'Europa e delle opposizioni politiche (che si sarebbe più tardi rivelato avere il gusto del caffè avvelenato).
Professori e studenti insorgono (impedendo che la cerimonia avvenga in Aula Magna, infatti poi viene svolta nel Cremlino), ma l'Ateneo non ritira l'onoreficenza: nasce il Caso Medinsky, tuttora uno scheletro nell'armadio di Ca'Foscari con molti chiaroscuri.

Otto anni dopo, molto è cambiato: la Russia sta cercando di inghiottire sanguinosamente il suo recalcitrante vicino pur di non vederlo entrare nella NATO, in Italia si aggira lo spettro del Deserto Lombardo-Veneto, Ca'Foscari ha cambiato due volte il Senato Accademico e ha un nuovo Rettore (o meglio, Rettrice): ma a non cambiare è l'onoreficenza di Medinsky, ora fedelissimo diplomatico di Putin e tuttora fregiato dal titolo di "professore onorario" del nostro Ateneo, in barba al sempre più evidente conflitto di valori.

Incalzata da "veri" professori e alcuni giornalisti, Ca'Foscari spiega che non può togliere l'onoreficenza perché "il regolamento di Ateneo non permette le revoche" e forma una Commissione Speciale apposita per studiare la cosa, ma l'impressione è che stia solo prendendo tempo, per motivi non chiari.
Il prof. Roson dell'area economica incarna il mal di pancia di molti colleghi e su Facebook scrive un post, taggando la rettrice:
«Cara Rettrice Tiziana Lippiello, la nomina di una commissione mi sembra un escamotage per prendere tempo, di fronte a un fatto scandaloso, che danneggia profondamente reputazione e credibilità dell'ateneo. Giustamente fai notare che si tratta di una iniziativa presa dal precedente rettore (Carlo Carraro), e dalla quale spero tu vorrai dissociarti in maniera netta ed inequivocabile.
Non c'è nessuna giustificazione che regga all'attribuzione di una affiliazione onoraria a Medinsky (nato a Smila, città oggi ucraina, è stato accusato nel 2011 di plagio per la sua tesi di dottorato, con evidenze di plagio anche nei suoi lavori precedenti del 1997 e 1999). Chiarissima, invece, la reale motivazione, ovvero quella di blandire un potente oligarca, sperando che questo possa portare dei vantaggi.
Non tanto all'Ateneo, direi, quanto a chi a quel tempo lo governava. In poche parole, vendere Ca' Foscari, per trarre vantaggi personali».


Il post del professore è piuttosto duro (specialmente nei confronti dell'ex Rettore Carraro) ma la reazione dell'Ateneo lo supera di molto: riesumando inaspettatamente una legge emanata nell'epoca fascista (1933), sanziona il docente con una "macchia del disonore" che rimarrà nel suo fascicolo professionale.
Tale sanzione può essere ordinata solo da un Rettore o un Ministro; e qui si infittisce la trama di un caso, il Caso Medinsky, che vede cose mai viste accadere proprio nel nostro Ateneo.

Cosa accadrà nel futuro al riguardo? Verrà finalmente tolta la discussa onoreficenza al fedelissimo di Putin, liberando l'Ateneo da un'onta quasi decennale? O altri professori, seguendo Roson, si esporranno contro Ca'Foscari ricevendo in cambio lo stesso trattamento del collega?
Il giornalino aspetta insaziabile nuove notizie.

#DAGLISTUDENTI:

La guerra eterna 

(di Cesare B.)

Pandemia, guerra in Ucraina, siccità... sembra quasi che qualcuno, tre o quattro anni fa, abbia scoperchiato il mitologico Vaso di Pandora.
Ma chi è che ha davvero preparatoci questa tempesta perfetta?
E quando finirà?

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E' da circa 3 anni che a fine dicembre gira il meme del "a Capodanno se non urliamo tutti 'Jumanji!' ci troviamo un altro anno da dimenticare": questo forse è indizio del fatto che un po' tutti ci stiamo rendendo conto che le cose stanno iniziando ad andare un po' peggio del solito (non che prima fosse il paradiso, per carità).
Del resto, se a un'Amazzonia in fiamme segue una pandemia inimmaginabile, seguita da una guerra che rischia di degenerare in una catastrofe atomica, cui poi si somma una scottante siccità che sembra stare colpendo contemporaneamente mezzo mondo... sì, anche a chi non passa neanche un minuto al giorno ad informarsi viene spontaneo chiedersi cosa diamine stia succedendo tutto ad un tratto, e per quanto durerà questo casino.
Ci sono delle risposte a queste due domande? Sì, e le possiamo ricavare non tanto da un libro di fisica o di geopolitica, ma da una citazione e un banalissimo libriccino di psicologia.

L'inventore del concetto di biofilia, Edward O. Wilson, affermava: “Il vero problema dell’umanità è che abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e tecnologie semi-divine”.
Tre cose dannatamente vere: i nostri governi non sono strutturati poi così diversamente da quelli che si sono fatti la guerra per secoli negli anni bui; la nostra tecnologia ci permette (volontariamente o meno) di cancellare la vita in una data zona, di alzare la temperatura del pianeta, eccetera; ma soprattutto le "emozioni paleolitiche" sono il dannato problema.
O meglio, più che le emozioni, il funzionamento automatico del nostro cervello, brevettato e perfezionato quando ancora inseguivamo i mammut ed eravamo inseguiti dalle tigri dai denti a sciabola. Il nostro encefalo da allora si è espanso, ma la parte interna non è poi così cambiata.

Il "principio del minimo sforzo" è una tendenza scontata e necessaria in ogni pianta e animale: dopo una fulminea stima a spanne di costi e benefici, l'essere vivente fa la scelta che dovrebbe portargli un risultato immediato e soddisfacente a fronte del minimo dispendio energetico possibile, anche mentale (il cervello consuma tantissime risorse, specialmente quando lavora attivamente).
Questo spiega perché, in numerosi esperimenti, si è visto che non solo l'animale, ma pure l'uomo tendenzialmente prende la strada più semplice (e non la più breve, anche se spesso coincidono).
Senza questa caratteristica, i nostri antenati difficilmente avrebbero avuto abbastanza fitness per sopravvivere abbastanza a lungo per dare inizio alla nostra civiltà; ma la complessità della civiltà stessa li ha portati anche a sviluppare un "sistema alternativo", quello razionale, che pur essendo minoritario ci permette spesso di fare delle scelte intelligenti al posto di quelle semplici (es. studiare per l'esame del giorno dopo anziché ronfare sul divano).
Senza questo, non avremmo neppure un vago concetto di "futuro" e "complessità".

La parte razionale del nostro cervello è in crescita perché, con la loro ovvia lentezza, i nostri cromosomi stanno capendo che non abbiamo più così tanto bisogno di risparmiare energia mentale; ma è ancora dominante quella istintiva, locata al centro dell'encefalo, che spesso e volentieri nella sua ricerca di semplicità viene hackerata e ingannata dalle mille trappole mentali che la nostra società ha partorito.
Leggere un libro porta dei benefici al cervello, ma è più dispendioso (e rilascia meno dopamina) di guardare la tv o giocare ai videogames; lo stesso discorso vale per ogni cosa che percepiamo buona o utile (mantenersi informati, fare volontariato, organizzare ritrovi) ma che, se non c'è un'imprinting sociale (che la rende più normale e quindi semplice) viene buttata alle ortiche in cambio di un'attività più semplice, meno sfidante e con un rilascio più intenso di dopamina, anche se razionalmente inutile o dannosa.

Questa tendenza a fare la scelta semplice e immediata in sé non è così grave o pericolosa; lo diventa però quando siamo miliardi di individui e abbiamo delle tecnologie semidivine in grado di risolvere o causare degli eventi massivi nello spazio e nel tempo.
Ed è così che, diversi anni fa, come popolazione e come politica abbiamo iniziato a seminare delle mine che ora stanno iniziando ad esploderci sotto i piedi.
Era già stato dimostrato che la perdita di biodiversità favorisce le epidemie, ma a breve termine era più vantaggioso trasformare tutti quei terreni in luoghi "produttivi"; si sapeva da sempre che una transizione ecologica veloce e bilanciata avrebbe indebolito i vari guerrafondai (non solo Putin) sparsi per il globo, ma vi sarebbe stato uno svantaggio nell'immediato; da decenni era stata prevista l'entità delle caldissime siccità che avrebbe portato il riscaldamento globale, ma le misure di mitigazione e adattamento erano dannatamente dispendiose, complesse e a lungo termine, eccetera.
E ora come comunità iniziamo a pagare i precedenti decenni di lusso e consumismo, saltando di emergenza in emergenza, come un capitano che per pigrizia non abbia mai fatto manutenzione alla nave e ora stia accorgendosi che il proprio veliero imbarca acqua da ogni parte.

La cosa più interessante di questa situazione orrifica è che abbiamo ancora la possibilità di scegliere se vogliamo continuare con la stessa anda dei decenni precedenti, affidandoci a soluzioni-pezza ridicole e a breve durata e continuando a seminare mine sempre più pericolose nel sentiero che abbiamo davanti, o se vogliamo cambiare traiettoria e riservarci un futuro forse meno comodo e ingordo, ma più sano, sereno e sicuro.
La scelta per adesso sembra cadere sulla prima opzione: per fare un esempio, le istituzioni italiane stanno affrontando la siccità giocando a razionare la poca acqua rimasta a disposizione quest'anno e sperando in un (non scontato) miglioramento successivo; dovrebbero invece intervenire in modo strutturale sulla rete idrica-colabrodo e su tutti i settori ad alto consumo di acqua che non sono necessari o che comunque dobbiamo alleggerire per altri motivi (esempi scemi: carne, fast fashion, plastica, centrali termiche).
Ma proseguendo con l'esempio, noi italiani stiamo tentando con "resilienza" (leggasi "inerzia") di fare quello che abbiamo sempre fatto, cioè le vacanze estive, i festoni, i pomeriggi di gaming, lo shopping eccetera, scappando dal caldo per mezzo dell'aria condizionata e dalle altre preoccupazioni per mezzo di un ben navigato fatalismo; ciò che ci conviene fare è invece prendere il bue per le corna e spingere la politica di cui sopra a fare ciò che deve fare, e si può fare attraverso il movimentismo, l'associazionismo, la partecipazione politica e ovviamente (necessario ma non sufficiente da solo) il voto. Facendo così avremmo pure il beneficio di ridare sangue ad un sistema sociale debole e agonizzante, avere cura in modo serio della comunità in cui viviamo, e forse dare anche un senso più alto (e un futuro più tranquillo) alla nostra vita.

Morale della favola!
Al momento, come società e come individui, siamo immersi in una pigra (ma comoda) inerzia, che genera un conflitto a intensità crescente contro i noi stessi del futuro; ma abbiamo ancora qualche possibilità di salvare il salvabile: tirandoci su le maniche e sfidando i limiti ereditati dall'Homo Sapiens Sapiens, possiamo sperare di riuscire a sconfiggere l'animale hackerato che c'è in noi e porre fine a questa guerra eterna.

E forse così i posteri potranno dire che a inizio duemila è nata la specie Homo Sapiens Sapiens Sapiens.

#DAGLISTUDENTI:
Abbiamo “movimentato” una conferenza sulla sostenibilità
(di Cesare B.)

Cosa succede se ad una conferenza sulla sostenibilità presenziata dalla presidentessa di una banca spuntano degli studenti che mettono in dubbio la sostenibilità e l’etica della banca stessa? Ecco cosa è successo… 

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Nove giugno mattina: accade che, nell’ambito del progetto Lei (“Leadership Energia Imprenditorialità” un giro di conferenze organizzato dal Career Service di Ca’Foscari per promuovere l’iniziativa femminile nel mondo aziendale), sia invitata a parlare di sostenibilità Chiara Mio, presidentessa della grande banca Friuladria-Credit Agricole nonché (altolà conflitto d’interessi!) professoressa di Economia Aziendale nel Campus Economico San Giobbe del nostro Ateneo.

Non è l’unica conferenza cafoscarina presieduta da Friuladria-Credit Agricole, perché nell’ambito della Summer School hanno tenuto i loro discorsi almeno altri due membri del suo staff aziendale: il probabile motivo è che, oltre ad essere attualmente il tesoriere del nostro Ateneo, la banca contribuisce economicamente al progetto.

Ero lì con alcuni amici e conoscenti, perché eravamo molto... ehm... curiosi di sentire cosa avesse da dire una punta di diamante del mondo aziendale sul tema della sostenibilità, specialmente quella ambientale. La prof. Mio era un interessante fonte da sentire: presente con numerosi ruoli in numerosissime grandi e piccole imprese (non solo la banca), sia come consulente che, soprattutto, come figura molto avvezza a parlare (e scrivere) di sostenibilità ed emancipazione femminile nelle sue aziende; vista da alcuni come una profetessa del green e della rivoluzione di genere coniugati all’inesauribile crescita economica, da altri come (consapevole o inconsapevole) articolo di vetrina di soggetti imprenditoriali interessati a farsi pubblicità usando greenwashing e pinkwashing.

L’ora e mezza di conferenza non è noiosa: la presidentessa è decisamente molto brava a parlare e tenere alta l’attenzione, racconta aneddoti, fa esempi, ogni tanto scherza. La sua opinione principale è che le donne debbano usare sia le quote rosa che le sgomitate per arrivare alla posizione che desiderano, senza farsi influenzare troppo dalle persone che le circondano, specialmente i familiari; ma che non debbano per questo rinunciare ad alcuni piaceri della vita. Tocca inoltre molto spesso i temi della sostenibilità sociale, come la lotta al lavoro in nero, il miglioramento delle condizioni di lavoro e soprattutto la preservazione dei posti di lavoro; in quest’ultima fase arriva a dire che sostenibilità sociale, ambientale ed aziendale sono come le tre gambe di uno sgabello, sono importanti uguali, l’attenzione a ciascuna delle tre non deve nuocere alle altre sennò lo sgabello traballa.

A sentire questo io, studente di scienze ambientali, alzo le sopracciglia perché numerosi prof del campus scientifico durante le lezioni introduttive mettono in guardia dalla narrativa dello sgabello, spiegando che l’immagine giusta è invece una piramide: alla base la sostenibilità ambientale, poi quella sociale e infine quella economica. Questo perché solo le condizioni ambientali favorevoli rendono possibile l’esistenza di una società, e solo una società complessa sviluppa una sovrastruttura economica: un esempio è che se un clima anomalo impedisce ad un paese di produrre abbastanza cibo, la società va nel caos e l’economia ne esce male (storicamente confermato).

Ma a sbuffare sono altri (o meglio, altre) partecipanti che erano con me, provenienti da altre aree: molti discorsi della relatrice a loro sembrano parecchio superficiali, per non parlare di alcune raccomandazioni che rasentano una sorta di sorprendente ed odiosissimo “paternalismo femminile”; nonché la completa mancanza, in quello che la Mio descrive come la vita ideale di una donna, di riferimenti all’associazionismo e al volontariato, che a quanto pare per parte del mondo aziendale sono una perdita di tempo (e quindi di denaro) o, peggio, non meritano neppure considerazione.
Tra gli altri partecipanti invece c’è chi sembra seguire con molta attenzione, appuntandosi addirittura alcune massime e citazioni della professoressa; tra noi c’è chi scherza sussurrando che probabilmente sono i suoi laureandi.

Ma è quando finisce il discorso e inizia il question time che inizia la parte divertente.

Il sottoscritto chiede di fare una domanda, si alza, riceve il microfono e si dirige a metà del corridoio centrale, in modo da essere ben visibile da tutti i quaranta presenti. Non sono l’unico ad alzarmi: qualche altra ragazza e ragazzo che erano venuti con me guizzano tra le file e distribuiscono del materiale tratto dal rapporto internazionale “Banking on Climate Chaos 2022”, che con tabelle e grafici mostra come Credit Agricole sia tra i maggiori finanziatori del settore dei combustibili fossili, e quindi corresponsabile dell’attuale fallimento della lotta contro il riscaldamento globale.

Su questo si basa anche la mia domanda: prima evidenzio come, in occasione del rilascio dell’ultimo rapporto IPCC dell’ONU, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres abbia definito “criminale” l’inazione climatica ed “estremista” chi contribuisce all’aumento dell’uso dei combustibili fossili; poi mi complimento per il coraggio della Mio di venire a Venezia (la città minacciata dall’innalzamento marino) rappresentando una banca fossile, infine snocciolo i tristi primati di Credit Agricole nel finanziamento a carbone, petrolio e gas (tra cui la quinta posizione mondiale per i finanziamenti alle trivellazioni nell’Artico); al termine, incalzato dal moderatore che continua ad interrompermi, chiedo alla professoressa “come ci si sente ad essere (consapevolmente o inconsapevolmente) la facciata verde di un palazzo nero”.

Come prevedibile, la navigata relatrice manda giù la bordata e, ricomposto il sorriso sornione, replica con una nube di parole e discorsi sull’impegno per la sostenibilità suo e della sua banca, sul fatto che stanno iniziando a togliere qualcosa da quegli investimenti ma che non vogliono mettere in pericolo il ruolo economico, i posti di lavoro e l’indotto di quelle aziende, che la sostenibilità sociale equivale a quella ambientale eccetera.
Interviene una mia collaboratrice che evidenzia come, secondo i report dell’ONU, se la transizione ecologica prosegue con questa lentezza rischiamo che danni ben maggiori (anche alla società e all’economia) possano accadere entro pochi anni a seguito di una sempre maggiore instabilità climatica; la risposta della presidentessa della banca è sostanzialmente che le dà ragione, che bisogna accelerare, ma che devono intervenire le istituzioni a regolare il mercato perché “le aziende non possono fare tutto” (nota: invece i politici generalmente dicono che sono le aziende a tenere le redini, chi avrà ragione?).

Interviene poi il moderatore, un giornalista, che altre volte durante la conferenza aveva parlato brevemente per accompagnare la relatrice; tra il suo lungo intervento-domanda e la successiva, altrettanto prolungata, risposta di lei si esaurisce il tempo delle domande, con sommo dispiacere di altri miei collaboratori che erano pronti a porre ulteriori quesiti scottanti. Io però non mi fermo e, raggiunta di fretta la relatrice che stava andandosene, le consegno il materiale già distribuito agli altri presenti e le faccio presente con stizza che se gli uffici della sua banca non avessero l’aria condizionata, forse Credit Agricole riuscirebbe di colpo ad aumentare la propria velocità di disinvestimento dal fossile.

Lei e il giornalista mi rispondono senza mostrare dubbi, specialmente ora che mezza platea è uscita dalla sala ed è intorno ad ascoltarci: il fitto confronto dura altri 5 minuti, durante i quali faccio in tempo a fargli presente l’impatto del caldo e della siccità sulla mia fattoria e sulle altre aziende agricole della zona; ma il momento che più ricorderò è quello in cui domando se Credit Agricole è in grado di togliere autonomamente i soldi dalle trivellazioni sull’Artico o se devono costringerla le istituzioni perché, in quanto azienda basata sul profitto, non è in grado di regolarsi da sola e si muove solo se trascinata dal mercato. La non-risposta che ricevo è eloquente.

Alla fine mollo l’osso e, scusandomi per il tempo rubato, stringo la mano a presidentessa e giornalista; entrambi (con quel sorriso perenne che quasi mai aveva lasciato la loro faccia) si complimentano con me “perché abbiamo bisogno di giovani come te che ci sfidano, perché siete uno stimolo per noi a fare sempre meglio”; confuso, taglio corto dicendo che non sono uno che vuole sfidare ma uno che ha paura per il proprio futuro.
Questi vanno via, ma altri tra studenti e staff poi vorranno parlare con me, e io non potrò che ripetere l’ultima frase che ho detto e lasciare qualche contatto.

Alla successiva merenda con gli altri che erano venuti a movimentare la conferenza, spiego infine il motivo di tanta determinazione nel confrontarmi con Friuladria-Credit Agricole e il suo staff: mesi prima, come rappresentante studentesco di scienze ambientali, avevo mandato una mail alla Delegata alla Sostenibilità di Ca’Foscari esprimendo preoccupazione per la condotta climatica della banca cui si appoggia il nostro Ateneo; la mail era rimbalzata fino addirittura (non so bene come) alla scrivania di un vertice della banca, che mi aveva risposto in una maniera abbastanza canzonatoria (tra le altre cose mi aveva sommerso di “cose belle che fa la nostra banca”  senza esprimersi al riguardo dei loro finanziamenti alle fonti fossili); era poi seguita la telefonata di un laureando nonché giovane dipendente della Mio, che si era offerto di “aiutarmi a capire la sostenibilità della loro banca” per poi dimenticarsi di mandarmi il materiale che secondo lui avrebbe cambiato la mia idea. Non mi aspettavo nessuna delle due cose, ma non mi avevano fatto buona impressione.

Il quadro finale è che, poiché l’accordo tra Ca’Foscari e Credit Agricole scade tra qualche anno, deve accadere che entro quella data il tipo di bandi che il nostro Ateneo lancia per trovare aziende partner lasci spazio solo ad aziende veramente sostenibili e banche etiche: solo così potremo spingere istituti come Credit Agricole a migliorare le proprie azioni, oppure a rinunciare al nostro Ateneo e quindi smettere di inondare noi studenti di ipocrite mail sull’”Adotta un Albero” e sulle “nuove tessere verdi”.

Io mi batterò perché ciò accada, ciò che mi fa ben sperare è che non sono da solo.

#DAGLISTUDENTI:

 La conferenza a Ca’Foscari di Vanessa Nakate, la “Greta Thunberg” africana
(di Cesare B.)

Provate a immaginare il coraggio e la determinazione di Greta Thunberg, o di qualunque altra/o attivista che viva in Europa o in America. Bene, ora moltiplicatelo per dieci. Questa è la storia di una attivista africana della nostra età, questo è il racconto di Vanessa Nakate.

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E’ troppo facile dimenticarsi dell’Africa.
 Del resto, capita anche agli africani stessi.
Quasi tutti i giornali e i media che operano nel continente tra Libia e Sudafrica hanno sede nel “primo mondo”, ed è da lì che rilanciano le informazioni, quasi tutte riguardanti appunto le storie e le preoccupazioni del “primo mondo”. In Etiopia c’è la guerra civile, eppure lì si parla molto di più del conflitto ucraino che della mattanza a pochi kilometri dalla capitale nazionale; in Congo la foresta vergine viene incendiata da affaristi senza scrupoli, eppure l’attenzione è rivolta verso il bruciare dell’Amazzonia; l’informazione è concentrata sul punto di vista dei “bianchi”, la conseguenza è che molti africani neppure sanno che cosa stia accadendo a due passi da casa, figuriamoci agire al riguardo.
Anche perché, in paesi come l’Uganda, parole come “agire”, “manifestare”, “scioperare”, possono costarti la libertà o anche la vita, perché vi è un perenne conflitto armato tra governo e opposizione: la polizia ha sempre i nervi scoperti e il manganello facile, ogni dissidente è visto come un possibile attentatore, anche gli universitari che marciano per chiedere rette più basse devono aspettarsi la repressione.

Eppure anche in Africa occorre agire. E’ vero che la popolazione del continente è responsabile di una frazione misera delle emissioni di gas serra e del consumo di combustibili fossili; ma è vero anche che sono quelli in assoluto più colpiti dalle conseguenze della crisi climatica (e non solo): l’instabilità meteo che abbiamo paura di veder iniziare nel Mediterraneo lì è già arrivata, e si fa sentire eccome!

Alcune zone africane sono più tormentate da siccità e incendi, che rovinano il raccolto e spingono la popolazione a scappare verso le città; altre soffrono una granugnola mensile di alluvioni e uragani, che causano danni incalcolabili e morti in gran numero, oltre ad aprire ogni volta le porte alla diffusione di epidemie e di specie invasive (non solo zanzare).
La Namibia sta venendo divorata dal deserto, il Togo dall’acqua; i conflitti sono causati o arroventati dalla difficoltà sempre maggiore di accedere alle risorse primarie.
Eppure, ai negoziati globali per il clima come la COP26 di Glasgow, i “neri” non vengono praticamente invitati. Dovrebbero rappresentare la “parte lesa” da soccorrere, invece ne fanno venire giusto giusto qualcuno, tanto per non far sembrare il tutto un’enorme riunione carnevelata da campagna elettorale.

Di fronte a tutto questo, una neolaureata ugandese (e non solo lei) si è ribellata. E ha iniziato a darsi da fare, pur sapendo che in quel continente tutto è contro di lei: ha sfidato i tabù di una capitale, Kampala, simile a quelle europee ma in cui la partecipazione politica femminile è vista come una devianza morale; ha sfidato la paura dei suoi familiari e dei compagni di università; ha sfidato i poliziotti inquisitori e le orde di haters sui social; ha sfidato il fatto che quasi tutti nel suo paese (complici alcuni furboni) pensano che il crescente collasso del clima sia semplice punizione divina.
Dalle manifestazioni mono-persona davanti al Parlamento ugandese ai laboratori climatici al riparo delle scuole elementari, fino all’ottenimento del supporto legale delle ONG “bianche” (GreenPeace, WWF e simili sono attive e presenti nel territorio, ma i loro gruppi di ricchi volontari dai lineamenti caucasici sono visti come qualcosa di alieno e “al di sopra” rispetto ai cittadini autoctoni, per i quali l’Apartheid è stato superato solo in teoria); al venire addirittura invitata dall’Onu al summit sul clima di New York 2019 per rappresentare la giovane generazione africana nei negoziati.

Vanessa afferra l’opportunità di un volo nella città statunitense, ma lì scopre che di offerto aveva solo il viaggio e l’alloggio, deve sopravvivere nella City per giorni con soli 150 dollari (un piccolo tesoro in Uganda, spiccioli negli USA). Lì incontra la solidarietà degli altri attivisti da ogni parte del mondo, vive le manifestazioni da migliaia di persone (che almeno in Occidente non vengono represse), trova l’energia per affrontare il summit, che noi ricordiamo per il meme su Greta “How dare you” e Vanessa per le numerose discriminazioni ricevute da staff e politici; riceve dai rappresentanti governativi del suo paese un invito ad un colloquio in patria, che però sarà disertato dagli stessi.

Torna a casa più agguerrita che mai, continua con le sue attività, fonda un’associazione che pianta alberi nei terreni disboscati e difende quelli ancora integri; viene nuovamente invitata, alla COP25, al World Economic Forum di Davos 2020 (dove rischierà di gelare a morte), alla pre-COP26, alla COP26. Viene sempre accolta da forme più o meno offensive di discriminazione, tra queste c’è l’episodio di una sua foto con Greta Thunberg e altre tre attiviste “bianche”, pubblicata dai giornali tagliata in modo da eliminare solo lei, l’unica “nera”, dalla scena, e quindi eliminare anche l’idea dell’Africa come parte interessata nei negoziati.
L’accadimento non scatena solo la solidarietà delle altre attiviste della foto, ma anche l’indignazione dei suoi connazionali, che iniziano a supportarla maggiormente e a partecipare di più alle sue iniziative in Uganda; ed è proprio per i restanti suoi concittadini che Vanessa scrive un libro, “Aprite gli occhi”, per poi prepararsi ad un nuovo giro in Africa e in Europa per seminare da una parte la speranza attiva, e dall’altra la coscienza e la conoscenza di ciò che sta vivendo il suo paese natale e che in futuro, anche qui da noi, potrebbe accadere se perdessimo la guerra del clima.

In una di queste tappe Vanessa Nakate è intervenuta a metà maggio a Venezia, in una conferenza organizzata dall’associazione “Incroci” insieme a Ca’Foscari; partecipando alla quale ho sentito questa storia e sono rimasto fulminato dal fatto che, a differenza di noi europei che vediamo ancora il tutto come una blanda questione etica, lei presenta l’emergenza climatica come una cosa presente e tangibile, con cui fare i conti immediatamente e in modo radicale per salvare quantomeno il salvabile.

Non posso che consigliare la lettura del suo libro, che ho trovato decisamente scorrevole e capace di scatenare emozioni molto forti; ma ci tengo anche a lanciare un invito a tutti i lettori di questo articolo ad impegnarsi nell’attivismo per il clima, agendo individualmente oppure fondando gruppi e associazioni ecologiste, o infoltendo i ranghi di quelle già esistenti.
Perché se superiamo i 2 gradi di anomalia climatica (l'attuale traiettoria è verso i 4 gradi a fine secolo), le zone da cui proviene Vanessa diverranno seriamente inospitali; e noi ci troveremo a dover accogliere folle di poveri cristi mentre nel frattempo facciamo i conti con i disastri che in Africa stanno già vivendo in questo momento: uno scenario decisamente da evitare, se vogliamo un futuro in cui costruire una vita serena e realizzare le nostre aspirazioni.
E perché, diamine, se in un paese semidittatoriale che non può fare quasi nulla per diminuire le emissioni comunque ci sono ragazzi e ragazze come noi che fanno dei sacrifici per tentare di salvare il salvabile, perché non dovremmo farlo noi, figli straviziati di uno degli stati più democratici, nonché più ricchi e inquinanti del mondo? Ce l’abbiamo, una spina dorsale? E un fegato, ce l’abbiamo?
 
La guerra del clima è già iniziata, sta a noi decidere da che parte stare. 

#DAGLISTUDENTI:

I "Ribelli" cafoscarini (di Cesare B.)

Tra canti, balli, sbandierate e attacchinaggi di massa, ecco l'intervista esclusiva ad alcuni dei nostri compagni di università che hanno partecipato alla tre-giorni ecologista tra Mestre e Venezia lanciata dal movimento Extinction Rebellion Venezia.

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Euforia e divertimento, ma anche l'orgogliosa consapevolezza di stare lottando per una causa più grande.
Questo il riscontro che mette in comune tutti i cafoscarini da me intervistati, tra quelli che hanno aderito e partecipato alle tre giornate di azioni "di massa" organizzate dal gruppo locale di Extinction Rebellion (quelli che avevano girato per il nostro campus vestiti da dinosauri, per intenderci).
Dei circa duecento partecipanti alla mobilitazione ecologista per l'azione climatica, alcuni erano appunto dei nostri compagni di Ateneo, provenienti dai corsi di studio più disparati: ecco le testimonianze di alcuni (o meglio, alcune) di loro.
 

Irene (Environmental Humanities, primo anno della magistrale)


"La mia è stata un'esperienza assolutamente positiva!
Sento l'urgenza e la necessità di mobilitarmi, sia perché sto studiando (e quindi conosco e temo) la crisi ecologica sia perché penso che noi studenti universitari possiamo essere il motore del cambiamento (siamo meno "ingenui" dei ragazzini ma più "liberi" ed energici di chi è già completamente inghiottito dai meccanismi della società). Conviene attivarsi perché la situazione attuale richiede impegni urgenti, abbiamo 8 anni per evitare le conseguenze peggiori della crisi climatica.

In particolare dopo questa tre-giorni di azione, mi sento convolta in XR perché propone un modello alternativo: sia nei principi e nella struttura, sia nell'ampio uso di colori e musica, sia nel clima generale di legame e sostegno tra attivisti (che di per sé già da solo è arricchente come esperienza umana).
Senza dimenticare il divertimento dato dal fatto che nelle grandi azioni, come quelle di questo fine settimana, vi sono anche gioco, ballo, cibo, musica, e soprattutto una rete ben organizzata di supporto morale, legale e logistico a chi partecipa ai flashmob, specialmente quelli più rischiosi.
Quando partecipo mi sento parte di un organismo strutturato e funzionante, in cui posso incanalare le mie preoccupazioni in un modo che poi mi restituisce soddisfazione, divertimento, nuove relazioni e soprattutto la sensazione di stare agendo per una causa estremamente importante.

E poi, del resto, che senso ha stare sempre barricati in biblioteca a studiare per la sessione, se poi rischiamo che la biblioteca stessa in qualche anno venga resa inservibile dalle alluvioni?"



Adele (Lettere, primo anno della triennale)


"Questo weekend ho partecipato anch'io alle giornate di mobilitazione a Venezia, nonostante fossi in piena sessione.

Sono state giornate intense, piene di energia e speranza, che mi hanno ricordato perché da ormai quasi due anni sono attiva in Extinction Rebellion.
In primo luogo riconosco l'importanza e l'urgenza di agire per chiedere ai governi azioni rapide volte a contrastare il collasso climatico; a questo si unisce il bisogno impellente di FARE qualcosa di concreto per riscuotermi dall'ansia e dal senso di impotenza generati dalla situazione emergenziale in cui ci troviamo.
XR mi permette di fare tutto ciò in un luogo e in un contesto in cui mi sento accolta, in cui ansie e preoccupazioni vengono assorbite e trasformate in qualcosa di produttivo e potente.

Le azioni di questi tre giorni mi hanno ricordato i legami forti che ho costruito con molte persone all'interno del movimento; l'allegria, la liberazione, ma anche la soddisfazione che derivano dalla consapevolezza di esporsi e impegnarsi per una causa in cui si crede."

Elisa (Environmental Humanities, secondo anno della magistrale)


"Sono state tre giornate molto intense e molto piene di attività!
Per me è stato importante vedere che si sono realizzate e che il riscontro è valso l'impegno che ci abbiamo messo.
Ho notato che vi erano molte studentesse e studenti di Environmental Humanities e Scienze Ambientali.

Venerdì in cento ci siamo "presentati" al Comune di Venezia consegnando la richiesta di Dichiarazione di Emergenza Climatica ed Ecologica; sabato invece abbiamo occupato pacificamente un incrocio di Mestre per diverse ore; infine domenica abbiamo attuato la parte più creativa, sfilando per la città e puntando a parlare con le persone.

Personalmente ho ricevuto da abitanti, lavoratori, studenti e turisti dei riscontri molto positivi: è stato davvero coinvolgente, e mi sono sentita utile perché ho potuto mettere in pratica ciò che sto studiando per spiegare alle persone cos'è la crisi climatica, e perché ci stiamo mobilitando proprio a Venezia."



Vi sono poi state altre testimonianze, ma per tutte il verdetto è chiaro: al di là della sua capacità di ottenere cambiamenti concreti (che può essere più o meno opinabile a seconda dei punti di vista), con le sue azioni e le sue mobilitazioni il movimento veneziano si presenta come un'ottimo nucleo di aggregazione (specialmente per universitari) e di attività a tema ambientale.
Per seguirne iniziative ed eventi esiste un canale Telegram apposito.

#DAGLISTUDENTI:

Il lago Vostok
(di Cecilia B.)

Dopo ore di lezioni sul clima, i ghiacciai, la cronostratigrafia; grazie anche ad un’ascesi della meraviglia che la Ferretti emana, nella mia mente riverbera un suono : “Tekeli-li tekeli-li”.

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Ci troviamo nel mondo dell’Antartico, una landa apparentemente desolata in cui degli esploratori sono giunti per trarre prova di vita.
La spedizione supera ogni tipo di aspettativa tantoché i suoi componenti si trovano a dover lottare contro degli esseri protoplasmatici intelligenti, gli Shoggoth, in grado di esprimersi mediante suoni e condensarsi in una fitta nebbia dall’odore acre, che sancisce la loro presenza. 

Tutto questo solo perché la loro curiosità li spinge oltre…
In un’apertura di pietra senza fondo apparente che infine rivela immensi corridoi, pavimenti in ardesia e ampie arcate rocciose.
Rocce che portano storia! Sepolta sotto tonnellate di ghiaccio vi era un’antica città di cui ora rimangono soltanto quegli esseri puzzolenti e amorfi, che avevano sviluppato  la loro intelligenza fino a usurpare i propri creatori.

Ma cosa lega questo racconto (che consiglio vivamente: Le montagne della follia, H. P. Lovecraft) alla realtà?
La vita.

 

Si, perché anche il luogo apparentemente più inospitale per noi, può non esserlo per altri organismi: si tratta di laghi subglaciali d’acqua dolce. 

Il più profondo e di maggiori dimensioni è il lago Vostok, a 3000 m di profondità con un'estensione di 2700 m, che si mantiene allo stato liquido nonostante le temperature si aggirino attorno ai -3°C.
Come si spiega la sua esistenza?
Essa è favorita dalle condizioni di pressurizzazione dell’acqua che permettono un abbassamento del punto di congelamento di quest’ultima, mantenendo quindi lo stato liquido; si pensa poi esso si trovi in una zona in cui la cresta è molto sottile, caratteristica che consente di ricevere calore dal mantello. 

E dove sta la vita?
la vita sta dentro, ospita migliaia di organismi batterici e non solo che sfidano l’assenza di luce solare e le forti pressioni, facendo uso del carbonio disciolto nelle acque proveniente dai ghiacciai circostanti. 

Cosa realmente si celi sotto l'Antartico resta ancora un grande mistero: le ultime perforazioni sono state condotte per mano russa nel 2012, ma solo studi e miti sono attualmente in gran fermento.  


Per chi volesse approfondire: 

#DAGLISTUDENTI:

Via il fetish dei piedi! 
Prendiamoci un'ombra... ecologica 
(di Cesare B.)

Altro che “impronta ecologica”: vi presento l’ombra ecologica.
 
No, non è un nuovo tipo di alcolico veneto green, ma è comunque qualcosa di decisamente interessante.

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Parte 1: Vaneggiamenti sui piedi

Partiamo da una domanda scema: per il clima, è meglio una persona che viaggia in auto o una che va in bicicletta? Risposta scema: meglio quella che va in bicicletta.
Ma se la persona che va in auto è Luca Mercalli che va a tenere un evento di sensibilizzazione sul clima in una città di montagna, e quella che va in bici è un lobbista delle aziende petrolifere che si sposta da un palazzo di Roma all’altro, allora il discorso cambia. O no?
Dipende.

Decenni fa, per distrarre il mondo dal proprio ennesimo sversamento di inquinanti in mare, la British Petroleum ha creato un calcolatore di “impronta del carbonio”, dove tu metti le tue scelte di consumo individuali e scopri sia quanto inquinante sei, sia quali piccole robette puoi fare per diminuire (anche se di poco) la tua impronta climatica individuale, e diventare più green.

Ora, non ci interessa cercare di capire se la BP volesse aiutare le persone a fare del bene “nel loro piccolo” o se la sua fosse una riuscitissima campagna di marketing mirata a caricare la responsabilità della crisi climatica sulle spalle del cittadino qualunque: a noi interessa capire se alla fine un divulgatore ambientale che si sposta con mezzi inquinanti sia meglio o peggio, che so, di un petroliere che lavora in smartworking dal suo palazzo (inteso come abitazione).

Beh, fatti i conti con la calcolatrice del carbonio della British Petroleum (o con qualunque altro calcolatore successivo, più avanzato, come quello dell’impronta ecologica che tiene anche conto di acqua e suolo), il divulgatore ambientale deve fare ammenda e lavare i suoi peccati, cioè tot litri di benzina, piantando tot alberi (o meglio, donando tot soldi a una determinata azienda che pianta qualcosa da qualche parte nel mondo che non vediamo); bravo invece il petroliere, che nel fare il suo lavoro da casa ha risparmiato tot kg di co2.

Tra l’altro, il nostro ricco petroliere (che può essere della BP o meno, vedete voi) lavora da un’abitazione moderna e passiva, coperta di pannelli fotovoltaici e ad altissima efficienza energetica: ad impatto zero, a differenza di quel pastore tibetano che si scalda con un fuoco di letame che emette co2 e metano in atmosfera.
Abbiamo scoperto chi è bravo e chi no.

Del resto, pensa all’impatto ecologico della carta riciclata con cui sono fatti i volantini delle marce per il clima. Forse non è tanto alto, ma è comunque più alto che non fare niente, quindi meglio non fare niente, così non si consuma carta e la carbon footprint è più piccola.
Greta Thunberg ha viaggiato molto, anche se con i mezzi pubblici: quindi sicuramente ha emesso più gas serra di un suo coetaneo che fa una vita “normale”, composta da scuola-compiti-sport-svago-sonno.

Insomma, gli ecologisti sono incoerenti, perché ogni cosa che fanno per l’ambiente produce co2, meglio non farla, o meglio non essere proprio ecologista, così non ti viene neppure in mente il pensiero e puoi fare quello che vuoi, senza avere paura che qualcuno ti sbatta in faccia quella maledetta calcolatrice del carbonio.


2) Ora andiamo alle cose serie

Finiti i vaneggiamenti che ci hanno aiutato a dimostrare i limiti logici dell’impronta ecologica (perché, signori miei, non si può dire né sentire che uno scienziato del clima sia meno amico dell’ambiente di un emiro del petrolio, quali che siano i loro consumi individuali), andiamo a esplorare una nuovissima invenzione, che presenta una lettura più fedele e complessa della realtà: il concetto di “ombra ecologica”, la “ecological (o climate) shadow”.

Questa volta l’inventore non è una società petrolifera ma una scienziata del clima (una tale Katharine Hayhoe, italianizzabile “Caterina Zappapaglia”) che, per ricerche nei poli e divulgazione, doveva spesso spostarsi in aereo, e per questo bisticciava con la sua “impronta ecologica”, seguendo la quale avrebbe dovuto mollare tutto il lavoro sul clima e andare a vivere tra le montagne come Mauro Corona per compensare le sue emissioni fino ad allora.

Com’era possibile che nella carbon footprint non fosse considerato che il suo lavoro stesso era a difesa del clima? E il voto per un partito ecologista (piuttosto che per uno che nega la crisi climatica), non viene conteggiato? Solo le scelte di vestiti, trasporto, contenuto del frigorifero, riciclata, etc? Insomma, solo quello che si compra?
Il problema è che i consumi sono quantificabili, il resto no. E’ difficile o impossibile calcolare gli effetti ecologici di una conferenza sul clima, o di una manifestazione per il clima: sappiamo solo che spingono un numero difficilmente quantificabile di persone a fare delle scelte giuste ma difficilmente quantificabili.

Eppure ci sono, gli effetti: il Green New Deal europeo e i vincoli di sostenibilità nel PNRR (per quanto entrambi siano ben lungi dall’essere perfetti) sono spuntati fuori perché qualcuno, alias FridaysForFuture&co., ha dato un’enorme spinta al dibattito pubblico sul tema ecologico negli anni precedenti.
O banalmente, un condominio che mette su i pannelli fotovoltaici è conseguenza di un individuo che è uscito dal suo piccolo e ha rotto le p@ll€ ai vicini finché non è stato ottenuto quel tale obiettivo.

Eppure, volontariato ed attivismo per il clima (che siano su scala locale come la storia del condominio, o globale come quella di FFF, XR, Greenpeace e amici), in quanto basate sulle relazioni interpersonali, non sono quantificabili in una normale carbon footprint: ecco allora, contrapposta all’impronta ecologica, l’ombra ecologica, che parte sì dall’impronta sotto il piede ma considera anche l’ombra derivante dal resto del corpo.

In parole povere: i tuoi consumi (conteggiabili) hanno un’importanza, ma ha importanza anche quello che ti rende umano, cioè la comunicazione e quindi le scelte di comportamento mirate ad ottenere degli obiettivi che con i consumi non si raggiungono facilmente, cioè condizionare le scelte degli altri; scelte che non sono facilmente calcolabili, ma che contribuiscono a far cambiare la società in cui vivi e quindi i suoi consumi.

Quali sono queste scelte di comportamento, e quali sono le migliori? Dipende dalla persona, e anche questo differenzia l’ombra ecologica dalle implacabili leggi matematiche della carbon footprint: un universitario può fare cose diverse da una donna incinta o da un pensionato sbirciacantieri, ma tutto quello che fanno per il clima è importante e relazionabile solo alle proprie possibilità.
Una persona con più energie può impiegare quel tempo che prima impiegava in sport e svago per fare attivismo ambientale e sensibilizzazione in giro per le strade della sua città; una persona con un ruolo importante in un meccanismo politico può iniziare a spingere e insistere su determinate scelte da fare, per convincere anche i colleghi inerti; una persona con un lavoro dipendente può parlare con capo e colleghi per suggerire delle modifiche in ufficio o nel piano produttivo; discorsi simili per le persone che hanno a disposizione conoscenze scientifiche, o una buona quantità di tempo, o di soldi, o di conoscenze…

L’importante è trovare qualcosa da fare che comprenda il dialogo costruttivo con le altre persone e che sposti le loro idee e azioni, è essere attivi nel perseguire i propri obiettivi e quando li si raggiunge non fermarsi, ma scegliere un nuovo risultato da concretizzare.

E quindi, in attesa di trovare un modo di calcolare il modo equo la climate shadow, cominciamo già a considerarla: non più solo i nostri consumi, ma anche il nostro impatto sulle altre persone e sulle istituzioni/aziende (che sono comunque fatte di persone); non più solo “il nostro piccolo”, ma anche “il nostro grande”. 

#DAGLISTUDENTI:

Presente, passato, futuro
(di Cecilia B.)

Tèmpo...
Nella nostra concezione appare vivo solo nella sua forma presente; esso è però al contempo anche passato e futuro… assoluto e relativo…

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La mente umana, che vede e percepisce a partire dal suo sistema di riferimento, non concepisce come ‘controllabili’ eventi che appartengono a momenti diversi dal suo presente; essa vive piuttosto una linearità; scandita da un tempo che, guidato da fenomeni apparentemente irreversibili, come un flusso d’acqua, corre inarrestabile, trasportandoci. 

 

Ciò che deve distoglierci da questa visione è il concepimento di un tempo assoluto che scorre a prescindere dei sistemi di riferimento, ovvero nient’altro che misure sensibili ed esterne della durata per mezzo del moto, comunemente visto come unico e vero tempo poiché ci permette di distinguere giorni, mesi, anni. 

Ce lo insegnano gli uomini deformi, da tempo eliminati dalla società di Gandahar (vedi l'articolo sotto a questo) e confinati a spazi sotterranei per via delle loro imperfezioni.

Nel loro linguaggio non vi è correlazione temporale, tempi passati, presenti e futuri sembrano intersecarsi : [in cento anni, Gandahar fu distrutta e tutti i suoi figli uccisi mille anni fa, Gandahar sarà salvata e ciò che non puo’ essere eliminato sarà.]

 

il tempo è quindi un’ unità di riferimento che dipende dal sistema usato e il popolo di Gandahar, vivendo in un tempo assoluto, non percepisce distinzione tra ciò che è, sarà ed è stato: ciò che non è passato sarà e ciò che è, vive al contempo di presente, passato e futuro...

Per capire questo sistema strano e paradossale ci viene in aiuto proprio un paradosso, quello di Andromeda, una forma dell’argomento di Roger Penrose nel suo libro del 1989, “The Emperor’s New Mind”, dove si illustra una perdita di simultaneità nella relatività ristretta, che cercherò di spiegare attraverso un semplice esempio: supponiamo vi sia una ragazza intenta a leggere un libro al parco, ad un certo punto sente dei rumori provenire dal cespuglio dietro di lei, si volta e vede un ladro che si sta avvicinando per prenderle la borsa. A quel punto lei, nel suo presente, comincia ad urlare, per cercare di attirare qualcuno a soccorrerla; fortunatamente un signore in bicicletta che passa nei pressi, udendo le grida, si avvicina alla fonte del suono.
Dopodiché egli riesce a vedere la ragazza che continua ad urlare ed ella gli indica la fonte della sua paura. La percezione del ladro, avvenimento che appartiene al passato della ragazza, è invece per il soccorritore una realtà presente.

Questo dovrebbe farci riflettere sulla nostra capacità di concepire il prossimo ed aiutarci a mettere in dubbio la nostra realtà per continuare ad apprendere.

#DAGLISTUDENTI:

Gandahar (recensione)
by Cecilia B.

“Tra mille anni, Gandahar fu distrutta, e tutti i suoi figli uccisi; mille anni fa, Gandahar sarà salvata, e ciò che non può essere distrutto, sarà”.

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Gandahar, città il cui popolo è caratterizzato da corpi perfetti nei canoni, a stretto contatto con la natura e col suo potere immateriale; passato presente e futuro coesistono. Uomini abili nel corpo e nella mente che coltivano una spinta comune: la curiosità. Quest’ultima porta essi a compiere esperimenti che mettono a repentaglio la vita di alcuni individui che, nati asimmetrici, con organi di senso in numero dispari…

Creati dai loro errori, come tutti i fallimenti, vengono eliminati o per meglio dire confinati, alle terre sotterranee, poiché visti come uomini bruti nella violenza.

Contrariamente a ciò che essi pensano, diversi di loro crearono una comunità molto unita, di rigidi e sani principi; poterono  sviluppare una vita concentrata e attenta, risoluta nelle decisioni e distaccata dalle passioni. 

Dono che si verificherà salvifico dinanzi all’epoca dell’ordine che Gandahar affronterà…

Eh sì… 

Tutto cominciò in una soleggiata giornata dove parte del popolo, intenta alla raccolta nei frutteti, venne attaccata da raggi pietrificanti che uomini di metallo, privi di pensiero, cominciarono a sparare in ogni direzione. 

Quando ormai non più un’ anima vagava espressiva nel volto, essi presero le figure, mute di vita, per poi inserirle all’interno di uova metallizzate trasportate da un carro, anch’esso di metallo.

Tutto ciò fu visto e vissuto dal guerriero Sylvian, incaricato dal Consiglio delle Donne, a capo del governo, d'indagare la natura del nemico per poterlo sconfiggere. 

Sarà lui a conoscere il grande creatore di ‘le monde du métal’, scoprendo che anch’egli è un esperimento fallito ormai troppo intelligente per poter essere considerato inesistente. Intelligenza che ha già in sé la sua morte, incaricherà infatti Sylvan di distruggerlo quando il suo sistema sarà all’equilibrio… 
Ma che morte? Che illusione ci consente di considerar importante ogni nostro respiro?

Cito Einstein che, alla morte del suo caro amico matematico Michele Besso, scrisse: “egli mi ha preceduto di poco dal congedarsi da questo strano mondo ma ciò non significa niente. Per noi, che crediamo nella fisica, il tempo ha solo il valore di un’ostinata illusione”.

#DAGLISTUDENTI:

Clima: i prof e ricercatori che si mobilitano hanno ragione

Nella prima settimana di aprile, in molti luoghi del mondo (dal nostro campus a New York, passando per il Sudafrica), alcuni professori, scienziati e ricercatori hanno aderito alla Scientist Rebellion, una serie di giornate lanciate dall’omonima organizzazione per provare a spingere nel dibattito universitario il seguente quesito: “perché limitarsi a studiare i problemi e non provare a risolverli?”
Questo specialmente per i problemi più urgenti, come l’emergenza climatica ed ecologica.

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In particolare, a Marghera alcuni membri della comunità cafoscarina si sono incatenati di fronte alle porte dello stabilimento locale dell’ENI il giorno 6 aprile, mentre il giorno successivo altri si sono sparpagliati per il nostro campus, facendo largo uso di sangue finto, posters informativi e di uno striscione tuttora appeso sopra il Delta.
Per quanto queste tattiche possano far discutere (alcuni non hanno mandato giù i pettoni di colla rimasti sulle pareti dopo la subitanea dipartita dei posters), effettivamente la questione di fondo non è sbagliata, anzi.
Vediamo di approfondire.

La crisi del clima è una roba urgente e molto pericolosa, e risolverla non spetta più solo a noi individui, ma anche e soprattutto alle nostro istituzioni, che con le loro leggi possono facilitare di molto la transizione ecologica.
Purtroppo e per fortuna, le istituzioni sono fatte di tecnici e politici, che per agire sul tema devono essere informati su di esso: per questo esiste un sotto-organo dell’ONU di nome IPCC (Pannello Intergovernativo sul Cambiamento Climatico) che ogni tot anni redige una serie di documenti estremamente affidabili e dettagliati su cui dovrebbe basarsi la politica per la proprie scelte.
Documenti che, per una più veloce fruibilità per politici e cittadini, hanno anche delle versioni sintetiche di poche decine di pagine (a fronte delle centinaia originali), che vengono appunto inviati alle maggiori istituzioni e resi pubblici sul sito dell’IPCC.
L’ultimo report è uscito giusto il mese scorso, ed è parecchio interessante.
Purtroppo, però, sembra che quasi nessun politico o istituzione si degnino di leggere e diffondere alla popolazione questi report: c’è sempre qualcosa di più vicino e prioritario, come quella tale emergenza locale (e non), quella tale campagna elettorale, quella tale bega interna al partito, etc.
Il risultato è che, nonostante la montagna di informazioni a disposizione, la transizione ecologica a livello globale procede con una lentezza esasperante, quasi comica di fronte all’invece rapido aggravarsi delle anomalie climatiche in giro per il mondo.

Si esaurisce così l’utilità di molti degli studi che vengono fatti dagli scienziati mondiali e/o cafoscarini, che con determinazione inizieranno allora a redarre lo studio successivo, ancora più approfondito e dettagliato, che nel migliore dei casi sarà appallottolato e cestinato nella carta anziché nell’indifferenziata.
Fa ridere e piangere, ma questo cane che si morde la coda va avanti da decenni, e alcuni scienziati devono essersi stufati.

Il ragionamento è che, se il potere costituito ignora la scienza perché deve correre dietro alla politica, la scienza stessa deve avere una maggiore influenza sulla politica: gli scienziati devono uscire dal laboratorio e andare nelle assemblee di quartiere, nelle sedi di partito nuove e vecchie, nelle riunioni del senato accademico di ca’foscari, nel campus all’ora di pranzo, e parlare in modo diretto e impattante di problema e soluzioni, in modo da creare una pressione generalizzata verso chi deve prendere le decisioni.
Non è semplice: persone di loro tendenzialmente riservate e stacanoviste devono sacrificare una parte del tempo che passano ad approfondire la realtà, e invece andare a diffondere quello che già sanno al restante 99% della popolazione che invece ha ancora conoscenze molto superficiali.
Ma i benefici sarebbero grandissimi: affiancando agli attivisti ambientali (pieni di energia ma spesso giovani, politicamente schierati e presi poco sul serio) delle figure scientifiche affermate che appoggiano, con la forza dei dati e dei fatti, delle proposte radicali, sarebbe molto più semplice veder cambiare il pensiero delle comunità e dei politici che da esse dipendono per i voti, e quindi veder attuate delle misure effettivamente utili a contrastare il collasso ambientale.

Molti scienziati stanno già provando questa strada, ecco tre esempi:
- Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana nonché divulgatore ambientale, si è recentemente messo a coordinare anche il Comitato Scientifico a supporto del partito dei Verdi;
- Peter Kalmus, scienziato del clima e divulgatore scientifico di fama mondiale, si è unito alla mobilitazione lanciata da Scientist Rebellion questo aprile, arrivando ad incollarsi alla porta della banca Morgan Chase (qui un video in stile Fanpage) per attirare l’attenzione sugli investimenti filo-petrolio della stessa;
- Francesco Gonella, docente di vari corsi nel campus scientifico (tra cui Fisica Sperimentale e Sistemi Complessi), recentemente ha dedicato “a sorpresa” alcune delle sue lezioni alla spiegazione dell’emergenza climatica ed ecologica agli studenti di Ingegneria Fisica, che altrimenti non avrebbero avuto modo di approfondire granché il problema durante il corso di studi.

Che sia quindi la firma e la diffusione della DECE nella nostra Università, la partecipazione alle attività dei movimenti ambientalisti come FridaysForFuture ed ExtinctionRebellion, o qualunque altra iniziativa atta a smuovere le istituzioni dalla loro quasi immobilità sul tema ambientale: docenti, scienziati e ricercatori che a lavoro e ricerca affiancano l’impegno politico (non per forza partitico), hanno pienamente ragione e meritano una doppia dose di stima da parte di tutti noi.


Nota: ricordiamo che, come vale per ogni altro contenuto in questa sezione del sito, qualunque opinione espressa negli articoli va considerata come opinione esclusivamente dell'autore e non come posizione della Lista Campus Scientifico, nè dell'Ateneo, nè dei gestori del presente sito. 

#DAGLISTUDENTI:

Solarpunk, l'utopia del terzo millennio

Quanto abbiamo bisogno di una nuova utopia? La risposta è "sì".
I movimenti ecologisti e la scienza stessa sono maestri nel dipingere il futuro come un luogo ignoto, irto di pericoli e rischi se non smettiamo di alterare l'ecosistema terrestre.
Ma, come ci insegna la storia, la fredda logica e gli appelli al buonsenso non bastano per spingere abbastanza persone al salvifico cambiamento di cui c'è bisogno: abbiamo (anche) bisogno di una impressione emotiva e irrazionale, un sogno cui correre dietro.

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Abbiamo già tutti un'infarinatura di cosa siano lo steampunk e il cyberpunk: due correnti dell'immaginario letterario e televisivo che dipingono delle utopie (o distopie) attingendo ad elementi storici e di fantascienza, condite con una critica oppure un'alternativa al sistema economico-politico attuale (da cui il suffisso "-punk").
Lo steampunk (un cui esempio è il capolavoro giapponese "Il Castello Errante di Howl") dipinge una società che non ha mai scoperto il petrolio e si è sviluppata attorno all'efficientamento estremo della tecnologia del carbone per vapore (da cui il prefisso "steam"), mantenendo un impianto culturale simile a quello dell'età vittoriana (Inghilterra del 1700).
Il cyberpunk (che vediamo espresso il film famosi come "Bladerunner", "Matrix" e l'omonimo videogioco "Cyberpunk") è un po' più pessimistico: immagina un futuro (post-apocalittico o meno) in cui la tecnologia ha quasi completamente alienato le nostre vite dalla realtà, e spesso incarna scene di simbolica riscoperta dei nostri istinti biologici come una ribellione alla "realtà aumentata" che non ha affatto risolto i nostri problemi, piuttosto li ha ingigantiti.
Vi è poi un nuovo filone, il "Cli-Fi" (Climate Fiction), che è esemplificato da lungometraggi come "The day after tomorrow" e "Don't Look Up" e dà una narrazione ammonitrice su come, non ascoltando la scienza sui temi ambientali (e non solo), rischiamo un futuro da inferno dantesco.

Quest'ultimo sposa decisamente di più la realtà attuale o prossima rispetto ai due "-punk" precedenti ed è d'aiuto nel far capire allo spettatore medio l'entità della minaccia climatica, ma ha lo spregio di rincorrere l'effetto Cassandra già sofferto dai report scientifici dell'IPCC e dai vari movimenti ecologisti: il messaggio "se andiamo avanti così siamo finiti", da solo, rischia sempre di attivare le difese automatiche del nostro cervello e ottenere un effetto nullo sullo spettatore, che difficilmente si attiverà nell'attivismo ambientale o in robe simili.
Un'alternativa al "Cli-Fi" è la fusione di questo con i due "-punk" di cui sopra: ecco che nasce il Solarpunk, un'utopia futuristica in cui l'umano ha mollato il tossico consumismo attuale e ha ritrovato la soddisfazione del rapporto con la terra, sconfiggendo la fame, la fatica e le malattie tramite una tecnologia sempre più ibridata con i sistemi biologici e aprendo le porte ad una età dell'oro in cui tutte le persone sono serene, competenti e hanno tempo per le proprie passioni.

Il genere solarpunk (in cui il prefisso "solar" introduce non solo le energie rinnovabili, ma in generale l'idea di luce, sia come carburante della fotosintesi sia come simbolo di calore, vita e serenità) esiste da parecchio tempo ma è solo di recente giunto sotto i riflettori di alcune voci ecologiste o ecosocialiste (qui i video divulgativi, ad esempio, di Our Changing Climate e Andrewism, oltre al brevissimo video-manifesto in stile cartone animato), che hanno contribuito a farlo uscire dalla nicchia, e sembra esemplificare bene ciò che generalmente manca nella discussione sui temi ambientali: la visione di un punto di arrivo, abbastanza lontano da non favorire il greenwashing, abbastanza vicino e piacevole da apparire desiderabile a tutti.
E' un'utopia quasi irraggiungibile come del resto lo era il comunismo di un tale Marx; ma come il sogno del secondo ha contribuito a plasmare l'attuale sistema di welfare e discreta democrazia in cui oggi vive gran parte dell'Europa, la spinta ideale verso un mondo in cui facciamo pace con la natura e con noi stessi senza rinunciare al benessere potrebbe fungere da propulsore per il diversificato movimento per il clima, che a tutti i livelli (scienza, politica, attivismo) dimostra i limiti di una narrazione per ora focalizzata (non senza buoni motivi) sulla critica del presente e sul timore del futuro.

Chiudo chiedendo a lettori di approfondire cos'è il solarpunk e consigliando a tutti un vecchio cartone "imparentato" con il Castello Errante di Howl, Nausicaa della Valle del Vento, che è letteralmente il simbolo del ragionamento di quest'articolo: in un mondo rovinato dalle pazzie di un passato "cyberpunk", una comunità che sopravvive in una eterna fase "steampunk" supera delle peripezie e approda ad un futuro "solarpunk" che permetterà di ripopolare la Terra e scongiurare nuove catastrofi (riusciremo anche noi a passare da un immaginario ipertecnologico e tetro ad uno solare e rigenerativo?).
Il tutto con un messaggio di fondo fortemente pacifista, che in un periodo come questo direi che è più che lecito.

#DAGLISTUDENTI:

L'ultimo infiammato discorso del Segretario Generale delle Nazioni Unite

Di seguito trovate la traduzione in Italiano di uno dei discorsi più severi ed allarmati mai fatti da Antonio Guterres (attuale Segretario Generale dell'ONU), che in mezzo all'ondata di appelli di pace alla Russia non dimentica il vero nemico irriducibile della prosperità umana: il collasso del clima.

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https://unric.org/it/messaggio-del-segretario-generale-sul-lancio-del-terzo-rapporto-ipcc/


 
 IL SEGRETARIO GENERALE

 

 

VIDEO MESSAGGIO DI LANCIO DEL TERZO RAPPORTO IPCC

 

 

 

New York, 4 aprile 2022

 

"La giuria ha raggiunto un verdetto. Ed è schiacciante.

Questo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici è una raccolta di promesse climatiche non mantenute.

È una cartella della vergogna, che cataloga le vuote promesse che ci mettono saldamente sulla strada sicura verso un mondo invivibile.

 

Siamo sulla via per il disastro climatico:

Le principali città sott'acqua.

Ondate di caldo senza precedenti.

Tempeste terrificanti.

Carenza d'acqua diffusa.

L'estinzione di un milione di specie di piante e animali.

Questa non è finzione o esagerazione. 

È ciò che la scienza ci dice che risulterà dalle nostre attuali politiche energetiche.

Siamo sulla via di un riscaldamento globale di oltre il doppio del limite di 1,5 gradi concordato a Parigi.

 

Alcuni leader dei governi e delle imprese dicono una cosa, ma ne fanno un'altra.

In poche parole, stanno mentendo.

E i risultati saranno catastrofici.

 

Questa è un'emergenza climatica.

Gli scienziati del clima avvertono che siamo già pericolosamente vicini a punti di non ritorno che potrebbero portare a impatti climatici a cascata e irreversibili. 

Ma i governi e le aziende ad alte emissioni non stanno solo chiudendo gli occhi; stanno aggiungendo benzina alle fiamme.

Stanno soffocando il nostro pianeta, sulla base dei loro interessi economici e dei tradizionali investimenti nei combustibili fossili, quando soluzioni più economiche e rinnovabili fornirebbero posti di lavoro ecologici, sicurezza energetica e maggiore stabilità dei prezzi.

 

Abbiamo lasciato la COP26 a Glasgow con un ottimismo ingenuo, basato su nuove promesse e impegni.

Ma il problema principale – l'enorme e crescente divario [tra obiettivi e realtà] delle emissioni – è stato quasi ignorato.

 

La scienza è chiara.

Per mantenere a portata di mano il limite di 1,5 gradi concordato a Parigi, dobbiamo ridurre le emissioni globali del 45% in questo decennio.

Ma gli attuali impegni sul clima significherebbero un aumento del 14% delle emissioni.

E la maggior parte dei principali emettitori non sta adottando le misure necessarie per mantenere neppure queste promesse inadeguate.

 

Gli attivisti per il clima sono talvolta descritti come pericolosi radicali.

Ma i radicali veramente pericolosi sono i paesi che stanno aumentando la produzione di combustibili fossili.

Investire in nuove infrastrutture per i combustibili fossili è una follia morale ed economica.

Tali investimenti saranno presto soldi buttati: una macchia nel paesaggio e una voragine per i portafogli di investimento.

Ma non deve essere così.

 

Il rapporto di oggi è incentrato sulla mitigazione, sulla riduzione delle emissioni.

Stabilisce opzioni praticabili e finanziariamente solide in ogni settore che possono mantenere viva la possibilità di limitare il riscaldamento a 1,5 gradi.

Innanzitutto, dobbiamo triplicare la velocità del passaggio alle energie rinnovabili. Ciò significa spostare investimenti e sussidi dai combustibili fossili alle rinnovabili, ora.

Nella maggior parte dei casi, le energie rinnovabili sono già molto più economiche.

 

Significa che i governi devono mettere fine al finanziamento del carbone, non solo all'estero, ma in patria.

Significa coalizioni sul clima, composte da paesi sviluppati, banche multilaterali di sviluppo, istituzioni finanziarie private e società, che supportano le principali economie emergenti nel compiere questo cambiamento.

Significa proteggere le foreste e gli ecosistemi, [considerandoli] come potenti soluzioni climatiche.

Significa rapidi progressi nella riduzione delle emissioni di metano.

E significa attuare gli impegni presi a Parigi e Glasgow.

 

I leader devono aprire la strada. Ma tutti noi possiamo fare la nostra parte.

Siamo in debito con i giovani, la società civile e le comunità indigene perché hanno lanciato l'allarme e hanno riportato la responsabilità ai leader.

Dobbiamo basarci sul loro lavoro per creare un movimento radicale che non può essere ignorato.

 

Se vivi in ​​una grande città, in una zona rurale o in un piccolo stato insulare;

Se investi in borsa;

Se ti interessa la giustizia e il futuro dei nostri figli;

Mi rivolgo direttamente a te:

Chiedi che l'energia rinnovabile sia introdotta ora, in modo rapido e su larga scala.

Chiedi la fine dell'energia a carbone.

Chiedi la fine di tutti i sussidi ai combustibili fossili.

 

Il rapporto di oggi arriva in un momento di caos globale.

Le disuguaglianze sono a livelli senza precedenti. La ripresa dalla pandemia di COVID-19 presenta disuguaglianze pericolose. L'inflazione è in aumento e la guerra in Ucraina sta facendo salire alle stelle i prezzi di cibo ed energia.

Ma aumentare la produzione di combustibili fossili non farà che peggiorare le cose.

 

Le scelte fatte dagli Stati ora concretizzeranno o vanificheranno l'impegno dei 1,5 gradi [di riscaldamento globale].

Un passaggio alle energie rinnovabili sanerà il nostro mix energetico globale malato e offrirà speranza a milioni di persone che oggi soffrono l'impatto della crisi climatica.

Le promesse e i piani sul clima devono essere trasformati in realtà e azione, ora.

È tempo di smettere di bruciare il nostro pianeta e iniziare a investire nell'abbondante energia rinnovabile che ci circonda."

#DAGLISTUDENTI:

Il caso del ministro russo con l'onoreficenza cafoscarina

"L'uomo che più ha fatto discutere nella nostra Università, chi è?"
A questa domanda, gran parte dei docenti e dei tecnici cafoscarini risponderà "Medinski".

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Era il 2014 quando, in piena guerra in Crimea (che stava culminando con l'annessione dell'isola ucraina del gas fossile da parte della Russia), l'allora prorettrice Prof.ssa Burini prese l'aereo per Mosca per portare direttamente all'allora ministro russo della cultura Vladimir Medinski l'onoreficenza "Honorary Fellowship", votata dal Senato Accademico di Ca'Foscari tra le proteste di numerosi membri dell'Università.
La protesta di studenti, dottorandi, professori e personale era il motivo per cui il ministro putiniano non aveva potuto venire a prendersi l'onoreficenza in Ateneo: omofobo e nazionalista, considerato il padre del neonazionalismo russo, non era il benvenuto.

Sono passati otto anni e Medinski, ancora un braccio destro di Vladimir Putin, è coinvolto direttamente nei negoziati tra Russia e Ucraina; ma gli sforzi deludenti in questi, uniti alla petizione di cento professori e tecnici cafoscarini, fanno trabboccare il vaso: il Senato Accademico qualche giorno fa ha votato la sospensione della laurea ad honorem, adducendo che si sta ragionando di introdurre nel regolamento la revoca per poterla utilizzare in casi come questi (anche se si auspica che "il professor Medinskij possa contribuire, nel ruolo politico che attualmente riveste, a far prevalere la ragione e a far tacere le armi”).
Le rappresentanze studentesche e i collettivi universitari spronano il Senato a muoversi il più velocemente possibile: l'onta di un'alta onoreficenza cafoscarina ad un uomo che pare avere la paternità della propaganda russa più estrema (fatta di omofobia, complottismo razziale, negazionismo climatico) non è stata mai mandata giù da nessuno.

Pare inoltre che i titoli di studio di questo personaggio non siano molto meritati: un'organizzazione contro il plagio accademico ha infatti svelato come Medinski in Russia abbia probabilmente scopiazzato due lauree su tre.

 

Nota: ricordiamo che, come vale per ogni altro contenuto in questa sezione del sito, qualunque opinione espressa negli articoli va considerata come opinione esclusivamente dell'autore e non come posizione della Lista Campus Scientifico, nè dell'Ateneo, nè dei gestori del presente sito. 

#DAGLISTUDENTI:

Cosa è successo questo lunedì al Rettorato 
(di Cesare Bulegato)

Questo lunedì una cinquantina di studenti si è riunita sotto il Rettorato per chiedere un maggiore coinvolgimento delle rappresentanze studentesche ai tavoli tecnici che decideranno eventuali cambiamenti del calendario universitario.

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Nota: questa versione dei fatti è per forza ipersintetizzata e sterilizzata. Potrebbe non accontentare nessuna delle parti in causa, ed è per questo che vale la pena leggerla.

L'espressione "Il calendario della discordia" sembra una battuta, ma racconta in modo sintetico una storia che inizia così: nelle strutture universitarie cafoscarine circola l'allarme riguardo un'ultimatum del Ministero dell'Economia e delle Finanze, che impone di adeguare il calendario ad una recente legge riguardo il fisco.

Mentre si muove per chiedere maggiori informazioni, l'Università sonda la possibilità di cambiamenti nell'organizzazione oraria dei Dipartimenti; il processo di raccolta riscontri appare però non essere così perfetto, con informazioni che non arrivano a tutti, con versioni differenti che escono da interpretazioni diverse dei Consigli dei Dipartimenti, con una grande difficoltà a mantenere tutto ciò che c'è attualmente in un ipotetico nuovo regime orario, che infatti è avversato da tutti i professori e studenti.

La comunità studentesca, in particolare, è terrorizzata: girano voci di lezioni che potrebbero iniziare alle 8 e finire alle 20, sessioni d'esame anche per chi finora ha fatto i periodi, un ribasso dell'offerta formativa linguistica; abbastanza per chiedere a gran voce un maggiore coinvolgimento degli studenti, che comunque rappresentano l'80% abbondante della popolazione cafoscarina, nelle eventuali decisioni.

Pur non essendo stati "invitati", lunedì 11 cinque rappresentanti studenteschi (uno per area, cioè lingue, umanistica, economia, arte, e il sottoscritto per scienze) si presentano alla porta di un tavolo tecnico, chiedendo di poter partecipare alla discussione per aiutare nei riscontri delle informazioni.
Nella sala ci sono già i direttori di dipartimento e altri incaricati dello stesso livello, e c'è ancora spazio a sedere per una decina di persone; purtroppo però gli studenti devono rimanere fuori, non sono stati convocati; in via d'eccezione possono entrare la Presidentessa dell'Assemblea dei Rappresentanti degli studenti (che si trova così a dover rappresentare da sola circa 20.000 persone) e il prorettore agli studenti. Poi la porta sbatte.

I rappresentanti respinti non sono però da soli: altri cinquanta studenti (molti di Lisc), rispondendo ad un precedente appello dell'ARS, si sono radunati all'entrata dell'edificio e dopo una breve consultazione decidono di entrare, arrivando a salire le scale e bussare alla porta del tavolo tecnico.
Una breve schermaglia verbale tra tutti i personaggi presentati finora, poi il ritorno degli studenti e dei cinque rappresentanti all'esterno dell'edificio, dove si prova a ragionare su come spingere l'apparato decisionale universitario a considerare una degna rappresentanza (almeno a livello numerico) della popolazione studentesca nei tavoli successivi su questo e altri argomenti importanti.

Intanto finisce il tavolo, ed è quasi un nulla di fatto: la mancanza di numerose informazioni di partenza e la confusione su alcuni riscontri hanno reso possibile solo un clima di stress, moltiplicato dall'"intrusione" degli studenti durante la discussione.
Si convocherà un Senato Accademico straordinario, nell'auspicio di riuscire a trovare una quadra; ma ora la sfida è gestire i malumori degli studenti, che si sentono tagliati fuori da una struttura decisionale già vista come inefficace e poco inclusiva.

La più grande speranza? Che alla fine questa riorganizzazione richiesta dal ministero sia uno scherzo o un errore: tireremmo tutti un sospiro di sollievo.
Altrimenti rischierà di avere inizio una saga persino più cruenta e caotica del Trono di Spade.


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#DAGLISTUDENTI:

Quei dinosauri in giro per il campus eravamo noi (di Ilaria Giora)

Di seguito la dichiarazione di Ilaria, studentessa cafoscarina di Environmental Humanities che ha partecipato all'"irruzione giurassica" nel Campus Scientifico.
Per chi si fosse perso il T-Rex che vagava per il campus,
ecco un video.

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"La crisi climatica ed ecologica continua ad aggravarsi, nonostante il quasi completo disinteresse della classe dirigente. Il problema è enorme e complesso, e per questo può venire spontaneo rassegnarsi e pensare ad altro: dopotutto, l’impatto che ognuno di noi può avere risulta sempre insignificante. Rassegnarsi forse è la cosa più facile, ma è quella giusta? E’ giusto ignorare il fatto che stiamo andando a grande velocità verso un precipizio? 
Il movimento Extinction Rebellion risponde “no!” e accetta la sfida, tanto ardua quanto necessaria, di portare un cambiamento. Come? Il metodo storicamente più efficace risulta senz’altro la disobbedienza civile, cioè tutte quelle azioni, nonviolente ma dirompenti, che sfidano il “business as usual” violando deliberatamente le regole e le leggi.   

 

Anche qui a Venezia sta crescendo un gruppo locale di Extinction Rebellion, ed ha deciso di focalizzare parte delle proprie azioni proprio al Campus Scientifico di Ca’ Foscari: attraverso volantinaggi (eravamo sia quelli seduti a terra con i cartelli sia quelli vestiti da dinosauri), manifesti (quelli bianchi e neri appiccicati in giro per il campus) e azioni individuali, sta facendo il possibile per dare visibilità al problema e coinvolgere gli studenti nell’attivismo climatico.  

Perché proprio il Campus scientifico? In parte perché gli studenti, in quanto giovani, rischiano di dover affrontare le conseguenze più gravi della crisi climatica; ma soprattutto perché gli studenti e il personale universitario hanno tutti gli strumenti (conoscitivi e morali) per comprendere come un’emergenza così radicale richiede una risposta altrettanto radicale, da parte di tutti. 

 

Se volete sapere di più sull’emergenza climatica ed ecologica e sui movimenti Extinction Rebellion e Scientist Rebellion siete invitate/i alla presentazione “Verso l’estinzione. Cosa possiamo fare?” questo venerdì alle 9:30 in Sala Orio Zanetto (Edificio Alfa, piano -1, dietro le scale).
Vi aspettiamo!"

#DAGLISTUDENTI:

Tutto ciò che leggo nei tuoi occhi (di Francesco Fortugno)

In questa poesia l'autore si ispira alla propria anima gemella, in una cascata di strofe che trasformano una stanza buia in una successione di stelle, luci e passione.

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A precipizio la luce delle tue pupille
pianta stelle nel mio sguardo.
Nel buio della stanza fiorisce il firmamento.

A precipizio, questo incerto cuore si getta
in sentieri in cui ci incontreremo ancora.
Anima ed Anima.

E' tutta qua la vita,
in questo torrente che è il mio corpo sopra il tuo
nel buio della stanza in questa luce
sudata, angosciata e desiderata.

Questa luce che ora leviga il mio cuore,
cura crepe e sfaldature.

E' tutta questa la vita,
qua dove il tuo cuore assorbe le mie lacrime,
qua dove non c'è più un confine tra me e te.
Dove toccandoci
si fondono i corpi.

Allora affonda il coltello della tua verità,
quando si sveste il mio sguardo.
Frughiamo ciascuno nelle viscere dei nostri sbagli.
Impariamo insieme.
Fa troppo male.

Come barca galleggi sfinita nel fiume
dei miei occhi
non affondare
ti tengo.

Che la tua verità faccia cenere
nel labirinto delle mie illusioni.


Di Francesco Fortugno

#DAGLISTUDENTI:

Tutto ciò che pensi di non sapere ma in realtà sai (di Francesco Fortugno)

Nella seguente poesia l'autore sperimenta nella poesia la tecnica del flusso di coscienza, che vede come protagonista un bambino la cui vita è rovinata da un bombardamento. Lo stile è veloce e concitato, e raccoglie sia l'infantile semplicità e creatività del pargolo che i devastanti dettagli dello shock che si trova a subire; le figure delle due anziane e dell'uomo sono pilastri che aiutano a portare il peso della narrazione, ma creano anche la cornice che alla fine permette al piccolo protagonista di fantasticare riguardo ad un ritorno ad un "prima" spensierato.
Una storia non inverosimile nell'infinità di orrori generati continuamente dai conflitti nel mondo: un concetto richiamato dal titolo stesso.

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Sento una bambina piangere, sento persone urlare 
oppure una mamma gridare 
che la catastrofe sta per arrivare 

un missile terra aria sta per scagliarsi  
dentro una casetta  
tutta carina e perfetta 
dove al suo interno sedeva una nonnetta 
anche lei carina e dolcina  
ma il suo sorriso fu spazzato via. 

Il suo intero corpo sporco di intonaco e macerie 
non sarebbe più ritornato indietro neanche con l’ausilio di preghiere 
ma la nonnetta era lì. 

Il sangue colava giù alla stessa velocità di come colavano le sue lacrime 
si mischiavano assieme producendo un composto omogeneo 
osservato dall’alto da uno sguardo 
di un bimbo ingenuo e indifeso. 

Il bimbo vide la nonnina 
le porse la mano per aiutarla 
ma lei non l’afferrò preferiva morire 
che vivere in quell’inferno che si creò  

ma il bimbo cercò in tutti i modi di aiutarla 
ma lei chiuse gli occhi e morì da vincente e non da perdente. 

Il bimbo alzò la testa e vide che il tetto sparì 
e pensava fosse stato il vento 
ma nel cielo volavano altri tipi di venti,
volavano masse ferrose che creavano solo male e morti. 

Distruggevano famiglie, 
portando l’unisono di persone a separarsi per sempre. 

Il bimbo spaesato e spaventato uscì dalla casetta 
ormai triste e non più perfetta
e raggiunse la sua di casetta  
e non la vide… 

si ritrovò solo, infreddolito 
e senza un dito, 
in quell’istante si sedette su un pezzo di strada
e si mise a piangere 

le sue lacrime colavano 
alla stessa velocità di come colava il sangue dal suo dito 
il tutto osservato dall’alto 
dallo sguardo atterrito di un uomo. 

L’uomo si sedette dinanzi a lui 
e gli sussurrò dentro alla cavità auricolare 
di non mollare e che se voleva se ne potevano andare
via insieme, non aveva senso aspettare 
la loro ora era pronta ad arrivare. 

Il bimbo ormai soffocato 
dalle sue stesse lacrime e con il cuore impazzito,
fece cenno di si con la testa 
e insieme se ne andarono di tutta fretta. 

Insieme mano nella mano si incamminarono
 verso il nulla 
alla ricerca di qualcuno 
che gli potesse offrire un po' d’aiuto. 

Mentre i due ormai amici 
o comunque protettori l’uno dell’altro 
si incamminarono verso cumuli di macerie 
e nuvole di polvere bianca che inondava il cielo,

il bimbo si coprì gli occhi con le sue esili mani 
invece l’uomo cercò di aiutare le persone coinvolte 
ma trovava solo terrore 
e corpi avvolti in teli bianchi. 

La guerra 
è la stessa situazione di calpestare una mina anti uomo posta a terra, 
la vita è bella 
ma la morte è sempre dietro l’angolo che ci aspetta. 

Alla fine il bimbo e l’uomo 
scalarono montagne e attraversarono sentieri 
per arrivare a trovare qualche angelo 
che gli potesse dare una mano calda e fedele,

ne trovarono uno 
si chiamava Adele 

che gli diede un letto 
e un pasto caldo 
e gli diede amore
sia a l’uno che all’altro. 

Il bimbo ormai stremato 
diede spazio a un pasto prelibato
e successivamente 
a un sonno incantato. 

Al suo risveglio diede spazio a un attento sguardo 
della dimora della vecchia signora, e disse madonna 
che bella questa casetta 
è bella è perfetta 

mi ricorda tanto la casetta 
di quella nonnetta 
carina e dolcina 
era la mia vicina,

si fece male 
ma io le porsi la mano 
ma lei non la afferrò 
e in cielo con un treno di non ritorno se ne andò. 

L’uomo incredulo si chinò 
e abbracciò il bimbo
e gli disse che gli dispiaceva della nonnetta, 
il bimbo si sedette e gli rispose 

guarda caro uomo io sono grato del tuo aiuto
ti ringrazio tantissimo 
per avermi protetto per tutto il viaggio 

ma io devo andare a trovare la nonnina 
perché ritrovando lei la mia vita sarà di nuovo felice come prima.

di Francesco Fortugno

#DAGLISTUDENTI:

Questa nostra inaspettata esperienza con Zaia (di Cesare Bulegato)

Nota: ricordiamo che, come vale per ogni altro contenuto in questa sezione del sito, qualunque opinione espressa negli articoli va considerata come opinione esclusivamente dell'autore e non come posizione della Lista Campus Scientifico, nè dell'Ateneo, nè dei gestori del presente sito.

Avere Zaia che, a distanza di si e no venti metri, ci guardava negli occhi rispondendoci con una (spero involontaria) stranezza... è stata un'esperienza inaspettata.

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"Nel pomeriggio di lunedì 21 marzo il Governatore del Veneto Luca Zaia ha partecipato alla presentazione del PNRR presso le Procuratie Vecchie in Piazza San Marco a Venezia, insieme al Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e ai ministri Brunetta, Franco e Messa.
Durante l’evento (visibile sul canale youtube del Comune di Venezia) capita che alcuni giovani universitari facciano una domanda sugli investimenti del PNRR riguardo la tecnologia dell’agrivoltaico, progettata apposta per superare il problema del consumo di suolo derivante dall’uso dei pannelli a terra."

Il seguente articolo di OggiTreviso riguarda un fatto semicomico accaduto davvero e che ha coinvolto me e altre due studentesse di Ca'Foscari, in un evento che probabilmente verrà narrato meglio in un articolo successivo.
Intanto godetevi questa gaffe di Zaia e questo approfondimento sull'agrivoltaico!

#DAGLISTUDENTI:

Il nuovo Don Vecchi a Mestre ("l'ipermercato della solidarietà") è una figata (di Cesare Bulegato)

Sono stato al nuovo Don Vecchi di Mestre, sia per curiosare sia perché io e mio padre avevamo finalmente trovato dove donare delle verze (nella nostra azienda agricola ne erano venute troppe) e la parte migliore dei mille vestiti e oggetti che ci eravamo trovati a stoccare dopo un mercatino locale dell'usato.
Prima cosa che ho pensato vedendolo da lontano: "Porca miseria, quel posto è immenso."

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Sapevo che il mondo cattolico mestrino aveva recentemente ricevuto dal Vaticano una valanga di soldi per un progetto speciale dedicato alle persone in difficoltà materiale, e sapevo che erano stati costruiti vicino al Terraglio un villaggio semi-autosufficiente a basso affitto, e un megamagazzino per la raccolta e il riuso di cibo, vestiti, mobili e oggetti.
Pensavo che il megamagazzino fosse una roba tipo i poli logistici di Amazon, solo con un po' di ragnatele e muffa in più; invece scendendo dalla macchina, mentre caricavo in spalla il primo scatolone di verze da donare, ho visto qualcosa di vagamente simile ai nuovi ipermercati della Cadoro a Lancenigo e Mogliano Veneto.
Una facciata di vetro da cui si poteva vedere tutto l'interno, un lungo corridoio di entrata in mezzo al verde (purtroppo quello riservato ai poveri aveva una fila pazzesca), cartelli con indicazioni, le bandiere con la faccia di Papa Francesco che sventolavano salutando il viavai di volontari dall'uniforme gialla catarifragente; io e mio padre, verze in spalla, ci siamo tuffati in mezzo al primo comparto (quello del cibo) cercando qualcuno che potesse darci indicazioni.
Fortunatamente abbiamo trovato un volontario che ci ha fatto da guida nell'"ipermercato della solidarietà" (un nome interessante per un edificio effettivamente vicino alla zona degli ipermercati consumistici di Decathlon, Mediaworld, OBI, Unieuro, Conforama etc): vi erano sostanzialmente tre grandi sezioni dell'edificio, una dedicata appunto al cibo, le altre due rispettivamente a mobilio e oggetti come vestiti e giocattoli.
Tutte e tre venivano costantemente rifornite da persone che venivano a donare i loro usati migliori e aziende che portavano le loro eccedenze: i volontari s'incaricavano di selezionare ciò che arrivava e disporre le cose accettate nei vari settori, organizzati e disegnati come dei veri e propri negozi di moda, mobilio e cibo, attraverso cui passavano i fruitori prima di arrivare alle "casse".
Solo che non vi era pagamento: le persone certificate come "in difficoltà economiche" dal Comune di Venezia potevano venirsi a prendere il cibo messo a disposizione, mentre per ciò che riguardava mobili eccetera, beh, erano a disposizione di chiunque, gratis.
L'obiettivo del gigantesco centro di solidarietà, ci ha detto la guida, è raccogliere e donare non solo a chi ha bisogno di aiuto, ma anche a chi vuole risparmiare e/o evitare di alimentare la filiera dello spreco, fornendo quindi un fantastico servizio di sostenibilità economica ed ecologica per la comunità.
Storditi da un tale spettacolo senza precedenti, durante il nostro successivo viaggio di donazione io e mio padre abbiamo fatto altre mille domande, ma non sto a raccontarvi tutto adesso.
Il mio consiglio è di andare a vedere con i vostri occhi questa incredibile novità che è il nuovo Don Vecchi.

#DAGLISTUDENTI:

L’impegno delle etnobotaniche di Ca’ Foscari per supportare il popolo ucraino (estratto di articolo di Altreconomia)

Questo è un estratto da un articolo di Altreconomia (autrice: Chiara Spadaro) che invitiamo vivamente a consultare.

Domenica 27 febbraio Renata e il suo gruppo di ricerca di Ca’ Foscari hanno avuto il primo incontro con sette studenti ucraini; in pochi giorni il gruppo è cresciuto fino a 30 persone: “Non solo ucraini, ci sono anche italiani e persone di altre nazionalità. L’unica cosa che chiediamo per partecipare è la disponibilità a dare una mano”, spiega la professoressa.

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“La nostra proposta è quella di agire concretamente -aggiunge Giulia-. Come università e mondo della ricerca abbiamo il dove di informare, e crediamo che gli studenti siano una parte attiva della società”.

Tra di loro c’è Anastasia, 24 anni, arrivata a Venezia lo scorso settembre dopo la laurea alla University of Banking di Kyiv per frequentare a Ca’ Foscari il corso di laurea magistrale in “Global Development and Entrepreneurship”. 
“Sono arrivata desiderosa di studiare, non per scappare”, specifica guardando la videocamera da dietro gli occhiali con una lente azzurra e una gialla. 

“Fino a pochi giorni fa la mia vita andava avanti normalmente, tra studio e lavoro, pianificando i viaggi in Ucraina -racconta-. Voglio dire che sapevamo che c’era qualcosa che stava per succedere, ma nessuno credeva che sarebbe successo. Tutti erano sicuri che non sarebbe accaduto nulla e quando eravamo nel panico percependo una ‘guerra potenziale’, il Governo ci ha suggerito di restare calmi e di restare nel Paese per non danneggiare l’economia. E ha funzionato: molti hanno smesso di preoccuparsi e nessuno credeva che la guerra sarebbe stata possibile”. 
Per queste ragioni anche i suoi genitori sono rimasti a Kyiv “fino all’ultimo momento: non volevano lasciare la casa che si erano costruiti con grandi sacrifici”. Ma in poco tempo si sono convinti del rischio che avrebbe comportato restare in città e hanno deciso di partire per Ivano-Frankivs’k, per riunire la famiglia. “Ho messo tutta la mia vita in una valigia”, le ha detto sua mamma quando ha lasciato la sua casa.


Anche nella parrocchia di Sant’Antonio si impacchettano beni essenziali: la comunità ucraina di Venezia li sta raccogliendo per inviarli in Ucraina. “Abbiamo una domanda: perché?”, dice Oksana, impegnata a organizzare gli scatoloni.
È arrivata in Italia vent’anni fa: “Se avessimo una risposta forse sarebbe più facile capire”. Secondo Anastasia, uno slogan efficace per sensibilizzare su quello che sta succedendo può essere: “Pagate il vostro gas con le vite degli ucraini (You pay for your gas with Ukrainian lives).

Ogni mercoledì si svolgono i seminari DiGe, ma questa settimana arriva una mail di Baiba che comunica: “Purtroppo dobbiamo annullare questo incontro perché i nostri sforzi sono diretti verso l’Ucraina e speriamo che anche voi stiate facendo lo stesso”.

“Le parole che usiamo in questo discorso sono molto importanti -sottolinea Renata-. Non si tratta più di un conflitto: questo è un genocidio, in Ucraina, Bielorussia e anche in Russia, perché i soldati russi sono composti dai tanti gruppi etnici della minoranza e sono malnutriti e male attrezzati, non sanno dove vanno e non vogliono sparare, sono obbligati a farlo. E non è una guerra, ma una vendetta: stanno bombardando i quartieri dove abitano i civili. Dobbiamo diffondere un messaggio chiaro, che non sia solo la richiesta della pace, ma il sostegno della resistenza ucraina per fermare il regime russo. In questo momento l’Ucraina funziona da cuscinetto: se non fermiamo Putin lì, saremo tutti in una situazione molto pericolosa”.

#DAGLISTUDENTI:

Interviste particolari dalla manifestazione per l’Ucraina (di Cesare Bulegato)

Foto poetica fatta quasi alla cieca da dietro uno striscione, titolo ”L’Esercito della Pace”.

Sono stato anche io alla grande manifestazione per la pace in Ucraina a Venezia mercoledì scorso, e come potevo mancare? C’era il Patriarca di Venezia (ho sentito girare voce che grazie proprio a lui è stato autorizzato un corteo fino a Piazza San Marco, evento storico direi), c’erano Emergency, FridaysForFuture, Libera, ANPI, e altre mille associazioni e sigle, addirittura l’ARS (l’Assemblea dei Rappresentanti degli Studenti di Ca’Foscari, per conto della quale partecipavo).

Ma cosa ve ne frega di me? State leggendo perché volete le “interviste particolari” di cui avete letto sul titolo! 
Quindi eccovele qui.

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Di seguito:

- intervista ad una degli organizzatori del corteo, Malika del collettivo universitario “LiSC”;

- report di una strana conversazione con una turista americana che era lì per caso;

- domande random ad una ragazza in treno, alle undici e mezza, perché non potevo lasciarla in pace


Iniziamo dall’ospite d’onore!
 

Malika di LiSC (Organizzatrice)

(Intervista fatta in telefonata, due giorni dopo la manifestazione)


Ciao Malika, domanda retorica: Perché avete organizzato una manifestazione? Perché fare qualcosa del genere oltre alle raccolte di soldi e beni di necessità per gli ucraini?

- Perché le donazioni sono giuste e legittime, ma una vera solidarietà passa anche per la partecipazione all’unica cosa che può mandare un messaggio forte alla comunità, alla politica e a ciascuno di noi: una manifestazione che unisce la nostra umanità e canalizza la nostra voce verso chi prende le decisioni, un evento che ci fa sentire qualcosa di più che degli individui soli, che si possono sentire impotenti davanti al terrore della guerra, ma che invece possono lanciare un messaggio forte.


Cosa ne pensi del conflitto in Ucraina?

- Io personalmente sono inorridita per il conflitto insensato e sanguinoso scoppiato poche settimane fa, e riconosco la responsabilità sia di Putin, sia della NATO. Non nasce tutto da un semplice “quelli sono i buoni e quelli i cattivi”, ma da una geopolitica globale che è ancora novecentesca, predatoria e troppo ancorata ad armi e combustibili fossili, e che quindi crea regolarmente tensioni e conflitti nelle zone più critiche del mondo.

L’unica soluzione a lungo termine secondo me (ed era anche il messaggio della manifestazione) sono pace e disarmo concordati a livello globale, e una collaborazione internazionale per risolvere con il mutuo aiuto ogni problema; almeno per me, volere qualcosa di meno significherebbe acconsentire in partenza a qualunque tragedia possa accaderci in futuro.


Come ti sei sentita quando hai visto tutta questa gente? A San Marco, per di più, un evento storico!

- Mi sono sentita molto soddisfatta quando il nostro corteo da cinquemila persone di tutte le età ha completamente riempito la piazza più grande di Venezia. Non mi aspettavo nulla di diverso, non mi sono stupita quando le autorità ci hanno autorizzato una manifestazione a San Marco: quello che stiamo vivendo e la nostra risposta è, come dici te, un evento storico, che senza ombra di dubbio meritava di coinvolgere una piazza solitamente proibita all’espressione politica.


Com’è stato sentire parlare il Patriarca di Venezia parlare al microfono vicino a te, tra l’altro con toni così radicali rispetto al solito moderatismo cattolico? A me ha colpito parecchio questa variazione del repertorio.

- Sinceramente non mi ha sbalordito molto: tutto quello che diceva era giustissimo e direi pure scontato vista la situazione e la sua posizione da “pastore” della comunità credente, ma ho di gran lunga sentito coinvolgermi di più le parole di altri giovani attivisti e attiviste che si battono ogni giorno, senza il bisogno di motivazioni religiose, perché la voglia di giustizia e serenità ce l’hanno già dentro.


Qual è stato l’intervento che ti ha colpito di più?

- Mi è difficile scegliere, perché sono stati toccati tanti temi importantissimi e che sento tutti miei, dalla pace duratura all’emergenza climatica; ma sicuramente trovo degno di nota il discorso di una attivista riguardante l’accoglienza dei profughi: è giusto soccorrere e aiutare chiunque cerchi una vita dignitosa e felice, e non ricordarsi di essere solidali e accoglienti solo quando l’esule ha la pelle bianca e i lineamenti europei, perché non esistono guerre di serie A e guerre di serie B, come non esistono profughi di serie A o B: le persone vanno accolte, punto! 


I vari interventi (tra cui quelli di una donna ucraina e di alcuni studenti russi) e i cartelli dei partecipanti hanno mostrato punti di vista molto diversi, eppure erano tutti lì, nella stessa piazza: pensi che quest’unità sia dovuta solo al tema fortemente sentito da tutti, o anche a un bisogno, dopo l’isolamento sociale e psicologico prodotto dalla pandemia, di tornare a fare rete e affrontare i nuovi grandi problemi in modo più coeso?

- So già che, per un futuro lavoro di squadra, alcuni saranno più disponibili, altri meno; ma abbiamo avuto la dimostrazione che si può scendere in piazza per temi che tutti sentiamo dentro di noi.

Quindi nel caso della manifestazione per il clima del 25 marzo, prossimo appuntamento nella città, sono sicura che rivedrò moltissime facce conosciute, perché ormai quasi tutti hanno capito cosa c’è in gioco nella lotta contro la crisi climatica: il nostro stesso futuro, la possibilità di vivere in un mondo prospero o al contrario straziato da mille altre guerre addirittura per l’acqua e per le zone abitabili.


Vuoi lanciare un messaggio ai nostri lettori?

- Sì: vi chiedo di udire dentro di voi la voglia di non sentirvi più da soli di fronte ai problemi del mondo, ma di unire insieme le voci per lanciare un messaggio forte alle istituzioni e alla comunità, per accelerare il cambiamento che tutti vogliamo vedere.

In particolare, come dicevo prima, siete tutti invitati a venire a manifestare per il clima a Venezia, venerdì 25 marzo, perché l’Italia non retroceda dal gas al carbone, perchè non possiamo vedere il nostro futuro andare in fumo, ma insieme possiamo cambiare le cose.


Dimenticavo! Hai detto che fai parte di un collettivo di studenti universitari, cos’è e cosa fate?

- Siamo un collettivo che da anni porta un discorso politico in università e si interessa del futuro di studenti e studentesse. Parliamo di temi come la residenzialità, il diritto allo studio, il transfemminismo, la crisi climatica e molto altro. crediamo che chi vive questa città possa avere una voce forte e da qui cercare di cambiare lo stato delle cose, partendo dalle nostre aule, diffondendo saperi per poi mobilitare le persone.

Turista americana che era lì a caso


Durante la manifestazione mi è accaduto, durante l’intervento di due universitari (rispettivamente ucraina e russo), di incrociare una tizia alta e anziana con un ponpon in testa, che mi chiede in inglese americano (era probabilmente una turista, o magari una della CIA, chissà): <What are they sayin’!?>

Ho provato, con il mio inglese da campagnolo, a sintetizzarle un po’ di ciò che era stato detto, ma a metà mi ha interrotto scuotendo la testa: <How do you think we’ll stop this war without weapons?>

Una domanda molto terra-terra, accompagnata da un <Maybe we need weapons…>

Non avendo risposte per la prima domanda, ho scrollato le spalle e risposto solo alla sua ultima affermazione, con l’unica cosa di cui sono sicuro: <The most necessary weapons from now will be photovoltaic panels and wind turbines, because they do not kill and they create jobs. Those are the right weapons. The war against the climate crisis is the only righteous war, it’s my only certainty. We must push for that, or the future will all be Ucraine.>

Al che l’americana alta e anziana mi sorride divertita e cambia argomento: <In USA we need a strong President.>

E io: <You need a strong people, not only one strong person.>

Lei si guarda intorno e fa: <In Italy you have got strong people?>

Anche io mi guardo intorno, mi vengono automatiche le spallucce e una frase in Italiano: <E che ne so io?>

Lei aggrotta le sopracciglia, io sorrido e “traduco”: <A lot of strong people, maybe not “a lot” enough yet?>

Questa sembra averne abbastanza, mi saluta e se ne va, lasciandomi a chiedermi il senso di quella conversazione e le idee politiche di quella signora.


Ragazza random che ha partecipato alla manifestazione


Ore dopo, in treno per Mogliano, siedo per caso vicino ad una “vecchia” collega (la conoscevo perché l’anno precedente gestiva il giornalino scolastico di un liceo moglianese) con un cartello con scritto #stopthiswar, probabile indizio della sua partecipazione alla manifestazione, e ne approfitto per proporle un’intervista, ovviamente accettata.

Occhio sinistro chiuso e punta di lingua fuori, inizio con la domanda più scema del mio repertorio: <Allora, pro NATO o contro NATO?>

Mi risponde divertita che se non la lascio contestualizzare mi fa scena muta per tutta l’intervista. Poi mi dice che di sicuro la NATO (intesa come USA+Europa) non è il male, anche se ovviamente dovrebbe fare di meglio per accorciare il conflitto con un intervento economico più efficace, prevenirne di nuovi con politiche internazionali più attente e aiutare gli sfollati migliorando il sistema di accoglienza, che funziona male, in Italia ce ne eravamo accorti già negli ultimi tre anni se non prima.

Le chiedo poi se trovasse disturbante il fatto che Putin “ci tenesse per le palle grazie al gas fossile”: lei conviene con me che, di sicuro, se avessimo già fatto la transizione ecologica ora ci sarebbero meno problemi con l’aumento di tasse e spese energetiche, che fino a ieri sembravano poter essere possibili solo con le rinnovabili.

<Gli analisti geopolitici finora hanno sempre sbagliato qualunque previsione, quindi la nostra opinione vale quanto la loro: dunque ti domando, secondo te come finirà questa guerra?>

Mi risponde con buon senso che non si azzarda a fare previsioni.

Vado ad una domanda più scialla: <Cosa possiamo fare per il popolo ucraino?>

Mi risponde che una cosa non banale sarebbe informarci sulla storia di quel paese e del conflitto con la Russia, per comprendere meglio le cause dei guai; poi, nel concreto, donare a ONG e organizzazioni attive nel portare soccorso nel territorio in conflitto, e soprattutto farle conoscere con i nostri mille canali social e non solo.

Le faccio notare pure che per l’Ucraina lei e io (e pure un’infinità di altra gente) siamo anche scesi in piazza, ma questa volta mi stupisce: le manifestazioni sono spesso fini a sé stesse e tendono a prendere pieghe politiche, soprattutto perché chi le partecipa generalmente ce l’ha, l’anima politica, non si può negare.

Lei partecipa alle manifestazioni non tanto perché è certa della loro utilità (che se un evento è servito davvero al suo scopo, cioè sensibilizzare, si scopre sempre dopo), ma perché è certa di trovare altre persone impegnate e informate simili a lei, e questo la fa sentire parte di una comunità più grande e viva di quella che abbiamo attorno tutti i giorni. Si lamenta poi che a quella manifestazione non c’erano tantissimi giovani, le rispondo che ho visto a occhio un under 30 ogni 3 persone: il che, rispetto alla media della manifestazioni che ho visto, almeno per me significava “tanti giovani”. Forse è abituata alla schiacciante maggioranza giovanile dei FridaysForFuture.

<Parlando di giovani: come ti auguri che la nostra generazione affronti il presente e il futuro?>

Lei mi fa spallucce, dice che spera che i nostri coetanei non abbiano bisogno delle catastrofi per rendersi conto che il mondo esiste, e che si cominci ad avere più interesse per le cose indipendentemente dall’attualità.

Del resto, noi giovani abbiamo un ruolo da giocare, come pure gli adulti e gli anziani, per salvaguardare l’avvenire: insieme, e solo insieme, siamo il luminoso futuro di questo mondo tormentato.

L’intervista finisce, inizia la chiacchierata, mentre il treno procede spedito verso casa.

#DAGLISTUDENTI

Cerca dove è alto il Sole (di Jordy)

Questa poesia è stata composta dallo studente Niccolò Giordano Bonato, in arte Jordy

CERCA DOVE È ALTO IL SOLE 

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Crepuscolare cielo

Che in me vivi e nel mondo intero

Copri me con il tuo velo

Copri me e dimmi il vero 


Dimmi che la Luna tornerà 

Dammi ancora quella stella

Di tutte lei, ch'è la più bella

Dove Amor non svanirà 


E poi vivrò ad ogni ora

E servirò la mia Signora

E poi vivrò ogni anno

Essendo tu cura a mio malanno 


Allor ti seguirò in riva al mare 

Affronterò anche il digiunare 

Arriverò persino al tuo grande altare

A render grazie, ad adorare 


Io non mi sento alla tua altezza

Inganno il tempo ne la menzogna 


Sei tu che porti a me la brezza

Sapor di mandorla e di chi lo sogna

 

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Nota di imparzialità della redazione: questo articolo esprime solo ed unicamente l'opinione del proprio autore.

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#DAGLISTUDENTI

Gli NFT sono un abominio (di Nicola Cognome)

Nell'immagine: un NFT con delle scimmie, diventato iconico

Mi sono sempre state sulle scatole due cose: la non-replicabilità e la proprietà privata.
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Gli NFT ora le mettono insieme, e adesso vi spiego perché per me sono l'ennesimo salto in basso.
Resto dell'articolo, con eventuale aggiunta di link

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#DAGLISTUDENTI

Nucleare: pro e contro (di Nome Giovannini)


 

Didascalia dell'immagine


Frase introduttiva accattivante.
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Articolo con parti importanti in grassetto ed eventuale aggiunta di link 

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#DAGLISTUDENTI

Viva la schwa (di Achille Laurea)

 

Didascalia dell'immagine


Frase introduttiva accattivante.
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Articolo con parti importanti in grassetto ed eventuale aggiunta di link 

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#DAGLISTUDENTI

Citazioni a caso (di Afor Ismi)

 

Nell'immagine, tre dei tanti classici simboli di intelligenza: occhiali (capacità di analisi), libri (capacità di concentrazione), matite colorate (creatività)

(premi sul "+" qui a destra per continuare a leggere)

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“Nessuno c'ha un soldo, uno scopo, una vita
però c'hanno tutti un sacco di opinioni.”

Willie Peyote


“Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.”

Guida Galattica per Autostoppisti

 

“Per me l'uomo colto è colui che sa dove andare a cercare l'informazione nell'unico momento della sua vita in cui gli serve.”

Umberto Eco 

"Non guardare le notizie,
sii tu la notizia!"

Pete the Temp


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